
Quel giorno la Formula 1 correva in Sudafrica, mentre il mondo intero voltava le spalle al regime dell’apartheid. Il Gran Premio fu boicottato da Renault, Ligier e altri costruttori, ma il circo continuò come se nulla fosse. Sul podio salì Nigel Mansell, alla prima vittoria della carriera, davanti a Keke Rosberg e Alain Prost, ma la gloria sportiva rimase intrisa di silenzio e ipocrisia.
Era la Formula 1 che si dichiarava neutrale, ma che in realtà scelse di correre in un Paese dove le persone venivano separate per il colore della pelle. Un episodio che avrebbe dovuto rappresentare una lezione definitiva — e invece, quarant’anni dopo, quella memoria sembra svanita.
Oggi la Formula 1 ama definirsi una “vetrina globale di inclusione”, ma corre senza esitazioni in luoghi dove i diritti civili vengono calpestati, dove le donne non possono scegliere, dove le esecuzioni capitali sono all’ordine del giorno. E persino in Paesi, come il Qatar, coinvolti economicamente in un conflitto che ha causato decine di migliaia di morti di civili innocenti.
Il 19 ottobre 1985 resta così una data simbolo: quella in cui la Formula 1 si guardò allo specchio — e scelse di non vedere, allora come oggi, nulla é cambiato.