
Cosa ci faceva, nel mondo delle corse, uno come lui? Uno svedese dal colorito bruno, dallo sguardo mite, che sarebbe potuto appartenere a un impiegato o a un farmacista. La Formula Uno della seconda metà dei Settanta è un set popolato da geni e playboy: lui, Gunnar Nilsson, non somigliava a nessuno di loro. Amava i libri più delle feste, la compagnia di sua madre più delle conquiste. Era nato in una famiglia benestante, ma la passione per le corse lo spinse a scegliere il rischio alla sicurezza.
In Formula Tre inglese viaggiava in furgone con un meccanico e una monoposto pagata di tasca propria. Poteva permetterselo, ma corse davvero, senza cercare riflettori. Ken Tyrrell intuì subito che quel ragazzo avesse stoffa, e presto anche Colin Chapman della Lotus lo volle con sé. A intercedere fu Ronnie Peterson, amico e connazionale, che lo considerava il nuovo “vichingo del Circus”.
Con la Lotus 77 imparò in fretta, poi arrivò la Lotus 78, la prima “wing car” a effetto suolo: un’icona nera e dorata, bellissima. Nel 1977, a Zolder, Nilsson conquistò la sua unica vittoria, sorpassando Niki Lauda con la naturalezza di un predestinato. Sembrava l’inizio di una lunga storia. Fu, invece, l’inizio della fine.
Dalla seconda metà del campionato iniziò a ritirarsi spesso: il motivo era un tumore ai testicoli. Rinunciò al contratto con la Arrows e affrontò le cure, ma non volle allontanarsi dal paddock. Magrissimo, segnato, tornò a Brands Hatch a salutare i colleghi: trentacinque chili in meno e la stessa luce negli occhi.
Nel settembre 1978 partecipò ai funerali dell’amico Peterson. Stringeva i denti dal dolore, rifiutando la morfina, e pochi giorni dopo – il 20 ottobre 1978 – morì a Londra, alla clinica Charing Cross. Aveva ventinove anni.
Lasciò un’unica vittoria e una fondazione che ancora oggi finanzia la ricerca contro il cancro. Due modi diversi di vincere. Noi preferiamo ricordarlo così: un ragazzo gentile, nato campione, che un giorno sorpassò Niki Lauda