
Auguri ad uno dei team principal più influenti, ingombranti e vincenti della Formula 1 moderna. Christian Horner compie gli anni, e il suo nome resta inevitabilmente legato all’ascesa della Red Bull da outsider irriverente a potenza dominante del paddock.
Arrivato in F1 giovanissimo, con un carisma naturale e una sicurezza rarissima in un ambiente che divora gli indecisi, Horner ha costruito attorno a sé un modello di leadership che ha segnato un’epoca. Ha unito la visione politica del manager alla capacità di tenere insieme talenti complessi e sensibilità divergenti: tecnici, piloti, dirigenti, tutti chiamati a remare nella stessa direzione. È così che la Red Bull è diventata un riferimento assoluto, capace di inaugurare un primo ciclo d’oro con Sebastian Vettel e un secondo, ancora più devastante, con Max Verstappen.
Il suo stile? Diretto, competitivo, abile nel leggere i momenti chiave e nel proteggere — o potenziare — il suo gruppo. Nel bene e nel male, Horner è stato un protagonista assoluto dell’ultimo decennio: dai titoli consecutivi alle battaglie politiche, dalle frizioni interne agli equilibri con la FIA. Nessuno è rimasto indifferente al suo modo di fare. Quel “change your f*cking car” urlato a Toto Wolff all’inizio dell’era ad effetto suolo è forse il passaggio più rappresentativo del personaggio.
Eppure, proprio quando la Red Bull sembrava intoccabile, l’ultimo anno ha cambiato tutto. Le accuse di molestie interne — vicenda tanto complessa quanto pesantemente esposta mediaticamente — hanno aperto una crisi che ha minato l’immagine sua e della squadra. Il susseguirsi di tensioni interne, fughe di notizie, fratture con figure chiave e, infine, il recente allontanamento da ogni ruolo operativo nel team hanno segnato uno dei crolli personali più improvvisi e rumorosi degli ultimi anni in F1.
Resta un dato che nessuna vicenda potrà cancellare: Christian Horner è stato uno dei team principal più vincenti di sempre. La sua impronta sul progetto Red Bull e sugli equilibri del paddock è destinata a durare ancora a lungo, al di là delle ombre e delle polemiche. Nel bene o nel male, ha costruito un’era.

Ci sono date che segnano l’inizio di un mito.
Il 16 novembre 1892, a Castel d’Ario, arrivava al mondo Tazio Nuvolari, il “Mantovano Volante”, l’uomo che fece capire al motorsport che il coraggio può superare la logica, la meccanica e perfino il buon senso.
Nuvolari non guidava: danzava sul filo, come se la velocità fosse un linguaggio privato tra lui e la macchina.
Chi lo vide correre racconta che non sembrasse umano: l’inchiodata di Tripoli 1933, quando si presenta al via con una costola rotta, o il leggendario GP di Germania 1935 al Nürburgring, dove batte i colossi tedeschi davanti a Hitler, con una Auto Union meno potente e una guida che sfiorava l’impossibile.
Una delle sue frasi più celebri — “Per correre in macchina è necessario un cuore di leone e nervi d’acciaio” — sembra quasi un avvertimento: non entrate in pista se non accettate che la vostra vita vi scorra tra le dita.
Nuvolari era un uomo minuto, fragile nel fisico ma granitico dentro.
Una volta corse con il volante che gli si staccava in mano, mentre in un’altra occasione concluse una gara trascinando l’auto incendiata fino al traguardo.
Era una continua sfida ai limiti, perfino ai suoi: più grande del pericolo, più veloce della paura.
Oggi, nel giorno della sua nascita, il motorsport ricorda l’essenza stessa del correre.
Ricorda quello che Enzo Ferrari definì “il più grande di tutti i tempi”, l’unico uomo che, secondo il Drake, riuscì a farlo tremare davvero di emozione.