
2 novembre 2008. San Paolo. Felipe Massa taglia il traguardo del GP del Brasile davanti alla sua gente e scoppia in lacrime: per 38 secondi è campione del mondo. In quel momento, la Ferrari festeggia, la famiglia Massa esplode di gioia, il box rosso vibra di emozione. Ma all’ultima curva di quell’ultimo giro, Lewis Hamilton supera Timo Glock sul bagnato e conquista i punti necessari per strappare il titolo.
È una delle pagine sportivamente più drammatiche della Formula 1 moderna: un mondiale perso per un solo punto, e forse non solo per caso. Quella stagione resta segnata dal Crashgate di Singapore, lo scandalo che avrebbe gettato fango sulla Renault allora guidata da Briatore e Symonds (poi parzialmente riabilitati dal tribunale di Parigi) rei di aver fatto schiantare di proposito Piquet Jr. al fine di favorire la vittoria di Alonso.
Sedici anni dopo, Massa non ha dimenticato: ha iniziato la sua battaglia legale contro la FIA e la FOM presso l’Alta Corte di Londra, allo scopo di ottenere un risarcimento per quel Titolo che perse in modo così doloroso.

Se la storia è spesso ingiusta, nel ripartire l’importanza da attribuire a uomini ed eventi, non possiamo aspettarci che la storia dello sport faccia eccezione. In più di un caso aggettivi e definizioni non stanno appresso alla realtà delle cose e nella galleria dei ricordi non tutte le istantanee sono inserite nella cornice che meriterebbero.
Alan Jones, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, si caratterizzò non solo per la velocità e la durezza nei duelli, ma per due storiche “prime volte”: la prima e unica vittoria della Shadow, che lo aveva scelto al posto di Tom Pryce, con il successo in Austria 1977, e il primo titolo mondiale della Williams, nel 1980. A disposizione ebbe la FW07 e la sua evoluzione FW07-B, motorizzate Cosworth, precorritrici dell’effetto suolo, portato in pista dalla Lotus nel ’77.
Quel Mondiale fu spartiacque anche per eventi dolorosi, come l’incidente di Long Beach che mise fine alla carriera di Clay Regazzoni. Intanto emergevano Prost e Mansell, mentre Villeneuve, Arnoux e Piquet si facevano già notare. La Formula Uno cambiava pelle con la moltiplicazione delle dirette TV e il peso crescente delle sponsorizzazioni.
Jones, scelto da Frank Williams nel 1978, dovette misurarsi con un Piquet agguerrito e con il compagno Carlos Reutmann, definito da Enzo Ferrari “tormentato e tormentoso”. Vinse cinque gare e raccolse piazzamenti decisivi, confermando la scelta di Williams e del direttore tecnico Patrick Head. Veloce e regolare, completava la parabola iniziata in Australia sulle orme del padre corridore e proseguita in Europa dal 1967, con poche risorse ma grande talento.
Il 1981 fu segnato dai contrasti con Reutmann: la disunità interna consegnò il titolo a Piquet e Jones lasciò la Formula Uno. Sorprendentemente tornò cinque stagioni dopo, con la Haas, in una Formula Uno ormai diversa.
Australiano vincente dopo Jack Brabham e prima di Webber, Ricciardo e Piastri, Jones ha meritato ogni giro corso. La storia della Formula Uno non può che definirlo un campione: non solo per aver vinto, ma per averlo fatto a pieno titolo.