
Tutti quelli che l'hanno posseduta davvero hanno saputo toccarla nei punti giusti, nei giusti momenti. Nera con riflessi dorati, chi non se ne sarebbe invaghito? Era un fatto di passione, quasi di sesso, perché quando passava non poteva che farti girare la testa, anche se il tuo cuore apparteneva alla Rossa, cui avevi giurato eterno amore.
Fu il suo papà a decidere che dovesse vestirsi così, forse perché l’oro che le dipingeva i fianchi si intonava ai baffi esili che incorniciavano il suo ghigno da genio.
Si chiamava Colin Chapman, sua figlia era la Lotus, che dal 1972 indossò una livrea nera lucente, col vizio dorato delle John Player Special. Un giorno quei fianchi presero tutta l’aria necessaria per farla ancora più bella, eppure non mostrarono nulla: la Lotus 79, mistero di aerodinamica e strega dal fascino pubblicitario, incollata all’asfalto con la stessa forza, ma al contrario, con cui gli aerei si staccano dal suolo.
Indossava le uniche minigonne al mondo fatte per nascondere, invece che per svelare. Nera ed elegante come quei pacchetti di sigarette offerti a un’altezzosa signora inglese, troppo abituata al meglio per essere una delle tante. Meglio uscire di scena a un certo punto, come una grande attrice che rifiuta di dividere il palcoscenico, soprattutto con altre inglesi — Williams o McLaren — magari vestite anche loro da pacchetto di sigarette, ma con meno stile.
Nessuno seppe averne più di lei, la Black Beauty, compagna di uomini indimenticabili: Emerson Fittipaldi, Ronnie Peterson, Mario Andretti, Ayrton Senna. Chi la guidò lasciò una scia nera come il segno degli pneumatici sull’asfalto, dorata come il sole del tardo pomeriggio, quando l’unica ombra è la sagoma di una monoposto più bella di una diva.
Oggi ricorre l’anniversario della morte di Colin Chapman, 16 dicembre 1982. Se n’è andato troppo presto, lasciando orfana una creatura che aveva imparato a vincere prima ancora di esistere.