2008

Ecclestone-Ferrari

Il 19 dicembre 2008 emerse pubblicamente un dettaglio che, fino a quel momento, era rimasto confinato nei corridoi della politica della Formula 1: la Ferrari beneficiava di un accordo economico che le garantiva 80 milioni di dollari in più rispetto agli altri team in caso di vittoria del Mondiale Costruttori.

L’intesa risaliva al 2003, un periodo bdelicatissimo per il Circus. La Ferrari, allora all’apice del proprio dominio sportivo e industriale, stava valutando scenari alternativi, inclusa l’ipotesi di una scissione dal campionato. Non una minaccia estemporanea, ma una possibilità concreta che avrebbe potuto ridisegnare l’intero panorama della Formula 1.

In quel contesto, la presenza della Ferrari non era solo una questione sportiva. Maranello rappresentava – e rappresenta tuttora – un pilastro identitario del Mondiale: storia, pubblico, credibilità globale. La Formula 1, semplicemente, non poteva permettersi di perderla.

Fu Bernie Ecclestone a sintetizzare con sorprendente franchezza quella realtà, spiegando che l’accordo serviva a garantire la continuità e la stabilità del campionato. Parole che arrivarono dopo le critiche di Luca di Montezemolo, allora presidente della Ferrari, nei confronti di una governance percepita come poco attenta al valore dei costruttori storici.

L’episodio mise in difficoltà la FIA più per il modo in cui venne raccontato che per la sua sostanza. Perché quegli accordi non erano un’eccezione assoluta, ma parte di un sistema complesso in cui il peso specifico dei grandi costruttori ha sempre inciso sugli equilibri della Formula 1.

Il 19 dicembre 2008 non rivelò favoritismi, ma ricordò una verità spesso sottintesa: la Formula 1 è anche un compromesso tra sport, industria e politica, e la Ferrari ne è da sempre uno degli attori centrali.




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