
In un inverno in cui la Formula 1 sembra già scritta, con la Williams-Renault che appare un gradino sopra tutti, Ron Dennis scopre le carte: la McLaren avrà Mika Häkkinen e Michael Andretti. E per qualche ora (o forse qualche giorno) la notizia più rumorosa non è un’ala nuova o un motore, ma un’assenza: Ayrton Senna è “senza sedile”.
È uno di quei momenti in cui capisci che la F1 non vive solo di cronometri: vive di telefonate, clausole, orgoglio, leve negoziali. Senna guarda alla Williams, ma dall’altra parte c’è Alain Prost che torna proprio lì: il tema della famosa “clausola anti-Senna” è stato raccontato in mille modi e, ancora oggi, resta una di quelle zone grigie in cui realtà e leggenda si inseguono.
E allora Ayrton fa una cosa che è insieme geniale e sfiancante: trasforma il suo 1993 in un braccio di ferro. Niente contratto classico, ma un accordo “a gettone”, gara per gara, con cifre che diventano parte del mito. È un Senna che non accetta di essere un nome nel comunicato stampa di qualcun altro: pretende di decidere quando, come, e soprattutto a che condizioni.
Nel mezzo, ci finisce Häkkinen: annunciato titolare, poi “congelato” e rimesso in attesa. E ci finisce Andretti, catapultato dall’America in un paddock che non perdona: dopo Monza, lo scenario cambia ancora e Mika torna in macchina per l’ultima parte di stagione.
Poi, come spesso accade con Senna, arriva la parte più crudele e più bella: in pista ribalta la sceneggiatura. È il suo ultimo anno in McLaren e, senza la vettura dominante, mette comunque insieme cinque vittorie: come a dire che puoi spostare un campione sulle caselle della scacchiera, ma non puoi controllare cosa farà quando gli dai un volante tra le mani.
Sapendo come andrà il 1994, quel 10 febbraio suona ancora più straniante: non è solo un annuncio di mercato. È la fotografia di un’epoca in cui i destini sembrano appesi a una firma… eppure, a volte, un campione riesce lo stesso a farne una storia.