
Il 21 febbraio 1968 nasce James Allison: uno di quegli ingegneri che non fanno rumore, ma cambiano la traiettoria di un’epoca. Se negli anni Duemila, nell'era d'oro di Schumacher, la Ferrari sembrava un metronomo, era anche perché dietro al “come” c’era una catena tecnica in cui Allison era un ingranaggio prezioso: lavoro aerodinamico, pista, sviluppo continuo. Stagione dopo stagione in cui la macchina non doveva solo essere veloce, ma anche diventare affidabile, leggibile, “educata” per chi la guidava.
Poi Enstone: Renault prima, Lotus poi. Un altro tipo di Formula 1, più elastica e creativa, dove la velocità nasce spesso dalla capacità di trovare scorciatoie intelligenti senza tradire il progetto. E infatti in quegli anni arrivano titoli e conferme, fino al passaggio più delicato: il ritorno in Ferrari nel 2013, in un momento in cui Maranello cercava una direzione tecnica stabile e una metodologia più moderna.
Quel ritorno, però, è anche l’immagine più umana della sua carriera. Nel marzo 2016, mentre era al vertice tecnico della Scuderia, Allison perde improvvisamente la moglie Rebecca, stroncata da una meningite batterica. Ferrari lo annuncia con poche righe, e bastano quelle per capire che in quel garage, per una volta, la prestazione non era la priorità. Da lì in poi il suo rapporto con Maranello diventa inevitabilmente complicato: la vita privata che chiede spazio, i figli, la necessità di tornare nel Regno Unito, e una Formula 1 che non concede tregua. Pochi mesi dopo, a luglio, la separazione dalla Ferrari viene ufficializzata.
È anche per questo che la sua “seconda Ferrari” resta un ritorno non vittorioso: non perché mancassero competenza o visione, ma perché a volte il motorsport scopre di essere piccolo davanti alle cose che contano davvero.
Oggi, ripensando alle sue auto campioni tra Ferrari, Renault e Mercedes, viene da dire che il suo vero tratto distintivo sia un altro: la lucidità. Quella che costruisce titoli, 11 negli ultimi 25 anni