1950

Primo Gran Premio di Formula 1

La prima gara nella storia della F1: GP Gran Bretagna 13 Maggio 1950

La gara inglese diede inizio a una storia lunga 75 anni, e venne scelta come primo appuntamento di un campionato composto da sette eventi.

Il Gran Premio, tenutosi sulla pista realizzata in una ex base militare della Royal Air Force, fu dominato da Giuseppe Farina (detto "Nino") con una tripletta - pole position, vittoria e giro veloce - alla guida dell'Alfa Romeo 158, vettura che monopolizzò il podio grazie a Fagioli e Parnell, nonostante il ritiro dell'asso argentino Juan Manuel Fangio.

Le altre scuderie partecipanti furono la Maserati, l'Alta, l'ERA e la Talbot-Lago-Talbot; ed è curioso come nessuno di questi nomi sia ancora in Formula 1 oggi.

Il team più longevo, infatti, è la Ferrari, che però esordì nella seconda gara della stagione: il primo Gran Premio di Monaco valevole per il titolo mondiale.

Insomma, da quel 13 maggio del 1950, il motorsport non è più stato lo stesso: è cambiato, si è sviluppato e si è evoluto, regalandoci tante Storie (di Formula 1).


1990

Il 13 maggio 1990 Nigel Mansell non vinse il Gran Premio di San Marino. Anzi, non lo finì nemmeno. Eppure quel giorno, a Imola, fece una di quelle cose che spiegano perché certi piloti restano nella memoria e nel cuore dei tifosi.

Partiva quinto, con la Ferrari numero 2, in una gara cominciata sotto il segno delle McLaren e segnata presto dai ritiri di Ayrton Senna e Thierry Boutsen. Davanti si ritrovò Gerhard Berger, leader con la McLaren-Honda, mentre Mansell risaliva con quella guida fisica, ostinata, quasi teatrale che i tifosi Ferrari avevano già imparato ad amare. Era inglese, ma a Maranello era diventato “Il Leone”: per il modo in cui attaccava, per quella tendenza a trasformare ogni giro in una sfida personale, per la generosità che a volte sembrava andare oltre la prudenza.

Poi arrivò il momento che rese quella gara indimenticabile. Mansell uscì da Tamburello con grande velocità e provò l’attacco all’esterno su Berger verso la Villeneuve. Era una manovra al limite, di quelle che chiedono spazio, fiducia e una dose enorme di coraggio. Berger chiuse la porta, la Ferrari finì sull’erba e per un istante Imola trattenne il respiro: la monoposto rossa andò in testacoda, sembrò persa, poi si riallineò quasi per miracolo. Mansell riprese il controllo e continuò la corsa, come se anche l’impossibile fosse soltanto una correzione di volante.

La folla esplose. Non per una vittoria, ma per un gesto. Perché in quel salvataggio c’era tutto Mansell: l’istinto, l’orgoglio, la rabbia agonistica, la capacità di far sembrare epico anche un errore o un rischio eccessivo. La Ferrari però aveva respirato polvere e detriti; pochi giri dopo, problemi meccanici lo costrinsero al ritiro. Il sogno finì lì, lasciando in pista la sensazione di un capolavoro incompiuto.

La gara la vinse Riccardo Patrese con la Williams-Renault, davanti a Berger e ad Alessandro Nannini. Fu un successo italiano, importante e meritato, il primo per Patrese dopo anni di attesa. Ma nella memoria dei tifosi Ferrari quel 13 maggio 1990 resta anche il giorno in cui Mansell non arrivò al traguardo, eppure conquistò qualcosa di più raro: l’affetto istintivo di un popolo che sapeva riconoscere il coraggio prima ancora del risultato.

“Il Leone” non era un soprannome costruito a tavolino, era la definizione naturale di un pilota che, anche quando perdeva, dava l’impressione di aver lasciato tutto in pista.




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