1996

Auguri a Pierre Gasly

Il 7 febbraio 1996 nasce a Rouen Pierre Gasly: un pilota la cui carriera sembra fatta di quelle traiettorie “a zig-zag” che in F1 spesso ti spezzano… e che lui, invece, ha trasformato in un punto di forza: rimettersi in piedi.

Prima di arrivare nel Circus, Gasly aveva già imparato cosa significa correre con l’acqua alla gola: nel 2014 chiude secondo in Formula Renault 3.5 (dietro a Carlos Sainz), nel 2016 si prende il titolo GP2 con la pressione addosso di chi sa che quella è “l’ultima fermata” prima dell’élite, e nel 2017 in Super Formula arriva a un soffio dal campionato: mezzo punto gli nega tutto, e non per una gara persa in pista ma per un finale di stagione stravolto (l’ultima prova cancellata dal tifone).

L’esordio in Formula 1 arriva “di taglio”, com’è spesso la vita dei piloti Red Bull: Malesia 2017, chiamata a stagione in corso con la Toro Rosso. Da lì comincia la parte più interessante della sua storia: non quella del talento (che c’è), ma quella della tenuta. Perché Gasly viene promosso nel posto più desiderato e più tossico del paddock — la seconda Red Bull — e lì sbatte contro un confronto impossibile con Verstappen. Non è un mistero, i numeri sono impietosi: nel 2019 in qualifica il confronto con Max è praticamente a senso unico, ma sarà l'unica volta nella sua carriera, perchè quando ha la macchina “sua” e il contesto è respirabile, Gasly tende a essere solidissimo sul giro secco, e negli anni ha sempre battuto i compagni più diretti (Hartley, Kvyat, Tsunoda… e una sfida molto combattuta con Ocon).

Poi c’è Monza 2020. Non è solo “una vittoria”: è il giorno in cui un pilota rimesso in discussione dal sistema si prende il diritto di restare protagonista. Una gara pazza, sì, ma vinta con lucidità: restart gestito, pressione addosso, margini microscopici. Ed è anche un pezzo di storia: il primo successo di un francese da Olivier Panis nel 1996.

Gasly, in fondo, è questo: uno che ha perso porte in faccia, ma ha imparato a entrare dalle finestre.




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