
C’è un qualcosa, nell’aria, che rende fratelli tutti i veicoli a motore: è il profumo della benzina. Per il piccolo Jim è quello che accompagna il rumore del trattore, quasi sempre in moto nella fattoria di famiglia; ruote grandi, soprattutto quelle posteriori, dalla spalla possente. Quasi un presagio.
Ride sempre in maniera composta, Jim, e mai del tutto: abbozza una smorfia che gli piega un angolo della bocca, ma resta seria l’espressione, con quegli occhi scuri, punture di spillo, che sembrano fissare un punto distante, un poco più oltre rispetto a dove guardano gli altri.
A Kilmany la Scozia è così autentica che i suoi abitanti la portano anche sul viso. Non sono ricchi, i Clark: sono diventati benestanti grazie alla fatica nei campi quasi sempre verdi, dove la pioggia dell’Atlantico è benzina e il sole è una striscia gialla preziosa quando decide di tagliare in due il cielo. Campi verdi, con una striscia gialla che li attraversa: come la Lotus quando mette il muso davanti agli altri. Quando Jim inclina appena la testa e i guanti disegnano la curva rendendola diritta il più possibile, accelerando come fanno gli innamorati quando insistono in quei baci che non vorrebbero far finire mai.
Ci vuole quasi sempre un genio per riconoscerne un altro: Jim Clark capisce che sarà felice ogni volta che avrà tra le mani un’auto veloce; Colin Chapman capisce di avere davanti un campione capace non solo di vincere, ma di segnare un’epoca. E in un decennio in cui le macchine sono siluri senza appendici, carlinghe spoglie come un monastero, lui corre come se stesse convincendo le traiettorie a ridisegnarsi secondo i suoi desideri, schiacciando sotto l’acceleratore la testa al serpente del rischio.
Oggi, nel giorno in cui nasceva Jim Clark, resta quell’immagine: un uomo schivo, un sorriso appena accennato, e la certezza che certi predestinati non scelgono la velocità. È la velocità che sceglie loro.

Il 4 marzo 2001, il Gran Premio d’Australia che apre la stagione di Formula 1 all’Albert Park di Melbourne viene segnato da una tragedia che cambierà per sempre gli standard di sicurezza del campionato.
Siamo al quarto giro di gara quando la BAR di Jacques Villeneuve e la Williams di Ralf Schumacher entrano in contatto alla curva 3. La monoposto del canadese decolla letteralmente dopo aver urtato la ruota posteriore della vettura tedesca: la BAR si impenna, attraversa la via di fuga e si schianta contro il muro di cemento.
L’impatto è violentissimo, ma Villeneuve esce dall’abitacolo praticamente illeso. A rendere drammatica la situazione è però un dettaglio sfuggito in un primo momento: durante l’urto una ruota della vettura si stacca e, passando attraverso un varco nella recinzione di sicurezza, colpisce il commissario di pista Graham Beveridge, che muore poco dopo per le ferite riportate.
La gara prosegue, come spesso accadeva in quell’epoca, e viene vinta dalla Ferrari di Michael Schumacher, davanti a David Coulthard e Rubens Barrichello. Ma il risultato passa inevitabilmente in secondo piano.
L’incidente di Melbourne accelera infatti un processo già in discussione da tempo: la necessità di impedire che le ruote, tra gli elementi più pesanti di una monoposto, possano staccarsi e diventare veri e propri proiettili. Nei mesi successivi la FIA introduce e rafforza l’uso dei wheel tethers, i cavi di sicurezza progettati per mantenere le ruote ancorate al telaio in caso di incidente.
Da allora questi sistemi sono stati progressivamente migliorati e oggi rappresentano uno degli elementi fondamentali della sicurezza delle monoposto di Formula 1.
La tragedia di Graham Beveridge resta così uno dei momenti più dolorosi nella storia recente del mondiale, ma anche uno di quelli che hanno contribuito a rendere lo sport più sicuro per piloti, commissari e spettatori.