
Aveva le stigmate del vincente: ebbe solo il tempo di dimostrarlo, non quello di goderselo. Perché la Formula Uno degli anni Settanta non ammetteva complimenti facili: o eri bravo davvero, o eri solo un altro amante lasciato a piedi sul suo letto d’asfalto. E nei giorni maledetti della sua folle potenza, sapeva anche diventare signora con la falce.
Tom Pryce era un semidio effimero della pioggia, uno che chiamava amico Giove Pluvio: quando le nuvole si strizzavano sul tracciato, lui teneva dietro chiunque,Lauda, Peterson, Regazzoni, come se a fare la differenza fosse lui, non la macchina. E infatti quella che aveva non era all’altezza della sua fama nascente: “più lenta o più fragile?” gli restò sempre il dubbio. Ma già dalla Formula Ford, poi in Formula 3, si era reso riconoscibile prima per la bravura, poi per quella forma particolare di dominio che nasceva quando gli pneumatici sputavano rivoli d’acqua dalle scanalature. “Da noi un giorno senza pioggia è più raro di un pub senza Guinness”, amava ripetere, quasi a spiegare il suo talento.
Il 5 marzo 1977, a Kyalami, si corre il GP del Sudafrica: è l’alba della consacrazione definitiva. Parte male, malissimo; poi risale, con Stuck e Laffite nel mirino. Giro 20. Due tornate dopo l’altra Shadow, la numero 17 di Renzo Zorzi, accosta: fumo, lingue di fiamma. Servono estintori. Arrivano due commissari. Uno raggiunge la monoposto. L’altro scompare nel modo più crudele possibile.
Si chiama Jansen van Vuuren, diciannove anni: un passo prima è tutto intero, un passo dopo sarà “riconosciuto per esclusione”. Laffite e Stuck lo evitano per un pelo, scartando a destra. Mezzo secondo dopo Pryce, con la visuale coperta dagli scarichi davanti, lo centra a 270 all’ora. Il ragazzo ha un estintore in mano: finisce dritto sul casco di Pryce.
La Shadow numero 16 prosegue per cinquecento metri senza decelerare, allargandosi verso destra, con un casco distrutto e inclinato in modo innaturale. Poi l’urto con Laffite, la recinzione, il vano massaggio cardiaco. Se ci atterriscono le immagini di Villeneuve o Senna, qui dobbiamo essere grati alle inquadrature dell’epoca per averci risparmiato almeno qualche fotogramma.
Oggi ricordiamo quel giorno e quei due nomi: non per trasformare l’orrore in spettacolo, ma per inchiodare la memoria a ciò che la velocità, quando impazzisce, si porta via. E per ripetere, sottovoce, che Pryce aveva già dimostrato di essere un campione: sul bagnato era un fenomeno. Del resto, bastava averlo conosciuto a dieci anni, quando il fornaio che aveva davanti casa, a Ruthin, in Galles, gli faceva guidare il furgone, senza che arrivasse ancora al parabrezza.