1955

Alberto Ascari

Non erano già più i tempi da pionieri del primo Nuvolari. Gli pneumatici avevano cominciato a battere lingue d’asfalto sempre più lisce, mentre l’Italia della prima metà degli anni Cinquanta sapeva di ottimismo, benzina e maniche rimboccate per lasciarsi alle spalle la povertà post bellica.

Le corse automobilistiche si erano arricchite nel 1950 della Formula Uno: quintessenza di rischio e avanguardia, manifesto di eroismo e soglia di possibilità umane da spostare sempre un passo, o un giro, più in là.

Con la sua spessa maglia preferita e un casco azzurro senza i quali aveva promesso a se stesso che non avrebbe mai gareggiato, Alberto Ascari era l’eroe popolare di un’epoca di frontiera, sospesa tra un passato contadino e un futuro sempre più tecnico. Un’altra cosa si era ripromesso di non fare: gareggiare il 26 del mese, il giorno in cui era morto suo padre Antonio, quando Alberto aveva sette anni.

“Hanno sognato con la prima Ferrari / Dietro gli occhiali di Ascari...”, canta Roberto Vecchioni in “Quelli belli come noi”. Non serve altro per capire quanto Alberto, il milanese col casco a scodella, fosse radicato nell’immaginario popolare.

Aspetto bonario, quasi pacioso, sotto cui si celava una tempra non scalfibile: era fatalità che prima o poi lui ed Enzo Ferrari venissero in contrasto. Prima, però, Ascari aveva consegnato al Drake due titoli mondiali di Formula Uno, nel 1952 e nel 1953. Poi era passato alla Lancia, quasi per ripicca.

Al Gran Premio di Monaco del 1955 era volato, letteralmente, in acqua con la sua Lancia, riemergendo illeso. Quattro giorni dopo, il 26 maggio, Ascari non dovrebbe essere in macchina: infatti è a casa sua, a Milano. Riceve però la telefonata di Villoresi e Castellotti, impegnati a Monza con la Ferrari 750 per il Trofeo Supercortemaggiore. Prima di pranzo chiede di fare tre giri, per provare.

Torna su una Ferrari, senza casco, senza maglia, proprio il giorno 26, esattamente trent’anni dopo l’ultimo giro di suo padre. Al terzo passaggio perde il controllo dell’auto, che si capovolge e lo schiaccia.

In quel momento cambia la storia dell’automobilismo: la Lancia si ritira dalle corse cedendo il materiale tecnico alla Ferrari, mentre la Formula Uno perde il più autorevole avversario di Juan Manuel Fangio.

Se ne va un idolo della gente, uno che incarnava la sfida del progresso. Dino Buzzati, il giorno dopo, lo ricorda nel modo più nobile: i piloti non sono soltanto uomini del rischio, ma pionieri. Come gli scienziati, spostano più avanti la soglia delle conquiste umane.

 

 




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