
55 anni fa ci lasciava Bruce McLaren.
Aveva solo 32 anni. Ma in quel tempo così breve, era riuscito a fare tutto: il pilota, l’ingegnere, il costruttore, il fondatore. Un uomo che non correva solo per vincere, ma per costruire qualcosa che restasse.
Nato in Nuova Zelanda da una famiglia umile, Bruce cresce tra le pompe di benzina e gli attrezzi dell’officina dei genitori. La sua prima “scuderia” era il garage di casa, ma dentro quel piccolo spazio c’erano già tutte le idee che lo avrebbero portato lontano.
Dalla Nuova Zelanda all’Olimpo della Formula 1, Bruce non era solo veloce: era uno di quelli capaci di immaginare una macchina migliore, e poi di costruirla.
Lavorava nel box quanto sul sedile, e spesso la differenza tra l’intuizione e il successo era il tempo che passava nel garage a mettere le mani sulla sua creatura.
Il 2 giugno 1970, sul circuito di Goodwood, mentre stava collaudando una nuova McLaren Can-Am, una parte della carrozzeria si staccò a causa di un errore dei meccanici nel fissaggio del cockpit. L’auto uscì di pista a oltre 270 km/h. Bruce non sopravvisse all’impatto.
Morì facendo ciò che amava, dentro una vettura che portava il suo nome.
A chi gli chiedeva perché rischiasse tanto, rispondeva che la vita è misurata non solo da anni, ma da ciò che si costruisce per chi verrà dopo.
E lui qualcosa l’ha costruita davvero: una scuderia che oggi, dopo oltre mezzo secolo, porta ancora il suo nome, i suoi valori, la sua visione.
La McLaren è diventata leggenda. Ma tutto è nato da un ragazzo con gli occhi pieni di futuro e le mani sporche d’olio.
Grazie, Bruce. Per ogni curva, ogni idea, ogni sogno lasciato in eredità.