
Oggi compie gli anni Jarno Trulli, pescarese o aterlino se preferite. Talento limpido e rappresentante di un’epoca in cui il manico contava ancora più dei simulatori. Nel 1997 l’esordio con la Minardi, team romantico e fucina di talenti, dove già si intravedeva la sua stoffa di lottatore. E quando Olivier Panis si infortunò nel 1998, la Prost lo chiamò: Jarno non deluse, e in Austria poteva arrivare la sua prima vittoria, se non avesse ceduto il motore. Vittoria che arrivò diversi anni dopo, indimenticabile, a Monaco nel 2004.
In carriera ha disputato 256 Gran Premi, 4 pole position ed altri 11 podi. Veloce sul giro secco e abile nel difendersi in gara, tanto che per lui fu coniato il celebre “Trulli train” — per le vetture che si inseguono ravvicinate, ricordando quanto fosse difficile superarlo anche con una vettura non al top.
Ha condiviso il box con campioni come Alonso, e Button, spesso mettendoli in difficoltà. Un “corridore” come il Drake amava definire questa categoria di piloti. Ma il sogno rosso — quello della Ferrari — non si è mai realizzato, per motivi che poco avevano a che fare con il merito. Un’occasione mancata che ancora oggi fa discutere.
Jarno non ha avuto la carriera più fortunata, ma ha sempre messo in pista tutto: tecnica, intelligenza, orgoglio. È stato uno di quei piloti che la F1, quella vera, la sentiva addosso, e che oggi ci manca terribilmente.

Non era solo un pilota. Alberto Ascari era eleganza, precisione, coraggio.
Un uomo che ha sfidato la morte con il sorriso timido di chi non ha bisogno di urlare per farsi ricordare.
“Ascari era un uomo meticoloso, ossessionato dalla perfezione. Un pilota che sentiva la macchina come parte del suo corpo.”
Così lo ricordava Enzo Ferrari, che in lui vedeva più di un campione: vedeva l’archetipo del suo pilota, quello capace di unire disciplina e istinto, rigore e poesia, e soprattutto di vincere con le sue auto, quando vincere non era una questione di strategie, ma di cuore e istinto.
Due volte campione del mondo, unico italiano a riuscirci, nell’era in cui la Formula 1 era una corsa contro tutto: contro il tempo, contro le fiamme, contro la paura, contro la morte.
E lui vinceva. Con classe. Con anima. Con quella tuta celeste e il casco rigido come l’onore.
Se ne andò troppo presto, come suo padre, in una delle sue ultime giornate in pista. Ma la sua leggenda vive ancora.