
21 luglio del 2002 Michael Schumacher riscrisse la storia. Non solo conquistò il suo quinto titolo mondiale, raggiungendo Juan Manuel Fangio, ma lo fece con sei gare d’anticipo: un’impresa mai riuscita a nessuno in precedenza nella storia della Formula 1 (lo ha raggiunto Verstappen nel 2023, ma con un calendario di 24 GP)
La Ferrari F2002, figlia della perfezione tecnica di Rory Byrne, Ross Brawn e Paolo Martinelli, era semplicemente inarrivabile. Bilanciamento perfetto, affidabilità assoluta. Ma ciò che faceva la differenza era sempre lui: Schumi, il pilota che spingeva anche quando non era necessario, che trasformava la supremazia in qualcosa di più. In dominio.
A Magny-Cours bastava un secondo posto. Ma Michael volle di più. Una gara di strategia e velocità, vinta con la consueta freddezza, per chiudere il Mondiale alla 11ª gara su 17.
Quel giorno, Fangio smise di essere l’unico “cinque volte campione”. E nacque il mito di un nuovo standard da inseguire. Il dominio Ferrari 2002 era assoluto. Ma quello che restò scolpito, più ancora dei numeri, fu la sensazione di assistere a qualcosa di irripetibile.