
29 agosto 2004, Spa-Francorchamps. Non fu una vittoria, ma un secondo posto che i tifosi ricordano ancora benissimo: Michael Schumacher, chiude la gara alle spalle della McLaren di Kimi Räikkönen, e conquista matematicamente il suo settimo titolo mondiale. Un numero che all’epoca sembrava inimmaginabile e irraggiungibile (poi Hamilton dimostrò il contrario), e che spostava ancora in avanti il limite fissato da Juan Manuel Fangio con i suoi cinque titoli, consegnando definitivamente Schumi alla leggenda.
Il Mondiale 2004 era stato già ampiamente scritto nelle settimane precedenti. La Ferrari F2004, forse la monoposto più dominante di sempre, aveva schiacciato la concorrenza con 13 vittorie nelle prime 14 gare, un dominio tecnico e sportivo che non lasciava spazio a dubbi. A Spa, non arrivò l’ennesima vittoria, ma la celebrazione anticipata di una stagione già scolpita nella storia.
In quel giorno d’estate, sotto le Ardenne, l’unica vera notizia era il sigillo del Kaiser: campione con 4 gare d’anticipo, ancora una volta davanti a tutti, ancora una volta irraggiungibile.

Il 29 agosto 1982 la Formula 1 tornava a disputare un “Gran Premio di Svizzera”, pur correndo sul tracciato francese di Digione-Prenois, perché nel Paese elvetico le corse erano bandite dopo la tragedia di Le Mans 1955. Fu una gara dal sapore unico, entrata nella storia non tanto per lo spettacolo in pista, quanto per il suo significato.
A vincere fu Keke Rosberg con la Williams, conquistando la sua prima vittoria in carriera. Una vittoria sola, ma pesantissima: quell’unico trionfo bastò infatti per proiettarlo verso il titolo mondiale, in una stagione segnata da lutti (Villeneuve e Paletti), incidenti e da un equilibrio mai visto prima.
Il GP vide Alain Prost dominare nella prima parte con la Renault, ma un problema meccanico lo costrinse al ritiro, spalancando la strada a Rosberg. Alle sue spalle si piazzarono Arnoux e Tambay, con la Ferrari che cercava di reagire dopo un’estate devastante.
La vittoria di Digione non fu spettacolare come altre, ma fu storica: simbolo di un campionato assurdo, dove la costanza e la tenacia di Rosberg – più che la velocità pura – fecero la differenza. La sua Williams non era la macchina migliore del lotto, ma in un’annata di caos fu sufficiente: un solo sigillo per diventare campione del mondo.