
L’11 settembre 1978 la Formula 1 perse Ronnie Peterson: il “SuperSwede”, il più grande re senza corona della sua epoca. Niki Lauda lo definì “un uomo autentico e un pilota coraggioso, probabilmente il miglior non-campione del mondo che abbia conosciuto”: velocità pura e una padronanza della vettura spiazzante.
Nato il giorno di San Valentino del 1944, Ronnie si fece strada fin dalla Formula 3, dove corse con una monoposto assemblata dal padre partendo da un vecchio telaio Brabham. In F1 fu un pilota di frontiera: dagli anni pionieristici alla rivoluzione tecnica di fine anni ’70. Il suo casco giallo-blu, con la caratteristica aletta orizzontale, lo rendeva riconoscibilissimo. In 123 GP raccolse 10 vittorie, 14 pole e 26 podi: numeri che raccontano meno del suo talento, ma ne confermano la statura.
Compagni di squadra del calibro di Emerson Fittipaldi e Mario Andretti lo soffrirono. Nel 1978 tornò in Lotus da seconda guida, dopo l’esperienza con la Tyrrell P34 a sei ruote: un ruolo che accettò, ma senza mai snaturarsi. A Monza 1978 tutto si decise alla partenza: procedure confuse, scatto irregolare del gruppo, Peterson — costretto a gareggiare con la Lotus 78 dell’anno precedente dopo un incidente in qualifica — venne coinvolto nel maxi-tamponamento e la sua vettura prese fuoco. Il dottor Sid Watkins fu inizialmente bloccato dai cordoni di sicurezza; i primi ad accorrere furono i piloti, con James Hunt in testa. Ronnie era cosciente, gravemente ferito alle gambe. Morì il giorno dopo per embolia sopraggiunta dopo l’intervento chirurgico: non per l’impatto in sé, ma per una complicazione post-operatoria.
La sua scomparsa contribuì ad accelerare una diversa consapevolezza sulla sicurezza; e, dal 1978, la Svezia non ha più ospitato un GP di F1. Resta l’immagine di un fuoriclasse che seppe spremere le monoposto dell’epoca come pochi: controsterzo, manico, piede e una fatica fisica oggi quasi dimenticata. Nel privato, l’amore con Barbro (da cui ebbe la figlia Nina) aggiunge la nota più dolente: Barbro, travolta dal lutto, si tolse la vita dieci anni dopo.
Ricordiamo Ronnie così: talento feroce, gentilezza nordica, mito senza corona.