1970

Jochen Rindt - Nasceva Clay Regazzoni

Il campione firma un autografo, stavolta non uno qualunque. Sono da poco passate le 15, la sua penna scivola sul foglio di un tifoso emozionatissimo, lasciando un segno quasi incomprensibile, come spesso accade coi grandi nomi. Quel ragazzo non lo sa ancora, ma custodirà l’ultima firma.

Il sole di Monza abbaglia e scalda un pubblico vestito da spiaggia, assetato di istanti veloci: il punto in cui le scie si fanno nitide, i colori dei caschi riconoscibili per un attimo. La Lotus numero 22, rossa e oro, danza inquieta senza alettoni, guidata da un tedesco di Magonza cresciuto in Austria, orfano di guerra. Insegue in classifica la Ferrari di Ickx, uomo imprendibile dal naso storto e dall’aria da duro.

Accanto a lui, Nina: bellissima e diligente, sempre con cronometro e taccuino in mano. Non solo presenza, ma parte viva del lavoro, coppia autentica in pista e fuori.

Il rumore è totale, assoluto, una sinfonia di pistoni e potenza che si arrampica al cielo nitido. Per il campione è un concerto, ogni giro un accordo. Hulme con la McLaren arancione lo segue a distanza e intuisce quanto la Lotus, priva di alettoni, debba compensare.

Poi, un istante spezza tutto: una nota stonata, il rumore sordo di un impianto che cede. La Lotus si scuote alla Parabolica, gira su se stessa, rosso e oro che si confondono, e si schianta sotto la tribuna. In quell’attimo il destino decide: i punti in classifica resteranno suoi, al sicuro negli almanacchi. Sarà Emerson Fittipaldi, nell’ultima gara, a proteggerli da Ickx.

Ora il campione si merita la maiuscola di un titolo mondiale. La morte è un dettaglio, come i rumori che cambiano improvvisamente. Ogni volta che un nuovo Mondiale comincia, è come se una foglia d’alloro fuggisse per raggiungere Jochen Rindt: tuta bianca, casco aperto, naso storto e aria da duro.

Resta la sua ultima firma su un foglio, resta l’assenza della sua scia negli occhi di Nina, con il cronometro e il taccuino stretti in mano.


 

1939

Jochen Rindt - Nasceva Clay Regazzoni

Il 5 settembre 1939 nasceva a Lugano Clay Regazzoni

Di lui continuiamo a dire che era un uomo da corsa più che da gara, nella sfumatura non solo linguistica ma filosofica: apparteneva alla specie dei “corridori”, non alla generazione dei piloti programmatori di ogni dettaglio. Lo sapeva bene, avendo avuto accanto Niki Lauda al ritorno in Ferrari nel 1974.

Tale sarebbe rimasto anche quando, sotto le razze del volante, dovettero sistemargli pedali speciali. La vita era cambiata, ma non la voglia di guidare. Rimase Gianclaudio Regazzoni, eterno ragazzo ticinese, sorriso guascone a stemperare la tensione, uno che amava correre prima che gareggiare.

Long Beach, 1980: a 270 km/h la sua Ensign uscì di pista verso una via di fuga occupata dalla Brabham di Zunino, mai rimossa dai commissari. Nelle lamiere si spezzò la spina dorsale di Clay: le gambe inerti, i piedi che non avrebbero più premuto un pedale. Un intervento chirurgico, invece di migliorare la situazione, peggiorò le cose.

Depressione e abbattimento furono inevitabili, ma superati sempre passando per un volante adattato. Ricominciò a lasciare il suo segno con le gomme, anche nella Parigi-Dakar, talvolta su camion. In un’edizione, in Guinea, la sua vettura si rovesciò: rimase intrappolato senza la sedia a rotelle distrutta, finché alcuni motociclisti lo liberarono. Nemmeno allora pensò di arrendersi.

Così continuò la sua seconda vita, tra sabbia e circuiti, fino al giorno in cui la morte lo colse banalmente, al volante su un’autostrada italiana. Forse un malore, forse non importa. Resta il ricordo di un uomo che non si arrese mai.

«Viveur, danseur, calciatore, tennista e, a tempo perso, pilota: così ho definito Clay Regazzoni, il brillante, intramontabile Clay…» scrisse Enzo Ferrari. Non servono altre parole: la fine fu banale, lui no.




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