Ferrari, 20 anni dalla scomparsa di Agnelli. Jean Todt: «Era tifoso più di noi»
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In data odierna ricorre il ventennale della scomparsa dell'avvocato Gianni Agnelli. Nella rassegna stampa di questa mattina la Gazzetta Dello Sport lo ha ricordato attraverso le parole di Jean Todt: "Amava la Ferrari e adorava Schumi. Un uomo di classe e un tifoso più di noi".

Todt, francese classe 1946 è entrato in Ferrari nel '93 come direttore sportivo. Nel 2000, sotto la sua guida la rossa è tornata a vincere il mondiale piloti di F1 con Schumacher. Dopo aver vinto tutto fino al 2004, e dopo il ritiro del tedesco nel 2006, diventa amministratore delegato del cavallino fino al 2009.

Parlando di Agnelli l'ex ferrarista lo ricorda come un vero signore: "Spesso penso ai personaggi che hanno lasciato una traccia significativa in passato. C’erano Onassis, l’Avvocato, uomini di alto livello. Lui dettava le tendenze: come vestiva, l’orologio sopra il polsino, lo “stile Agnelli” si diceva. Non se ne trovano più, oggi c’è Elon Musk ma non sarà certo una sua maglietta a diventare indimenticabile. Quando Lapo veniva a mangiare a casa mia a Maranello era orgoglioso di portare le camicie del nonno. Agnelli aveva classe".


Il primo incontro con Gianni Agnelli

Ferrari, 20 anni dalla scomparsa di Agnelli. Jean Todt: «Era tifoso più di noi»

"Dopo la mia assunzione in Ferrari. Ovviamente lo conoscevo di fama, un aristocratico dotato di grande leadership ed eleganza. Me ne parlò per primo un amico, Jacky Setton, che era legato all’Avvocato con cui aveva tante passioni in comune, soprattutto la vela. Jacky disse ad Agnelli: “Se vuoi riportare la Ferrari al vertice della F1 devi prendere Jean Todt”. Allora ero a capo del reparto corse Peugeot. Non so se fece effetto, ma nell’agosto del 1992 ho incontrato Luca di Montezemolo a casa sua a Bologna. Abbiamo trattato a lungo, nel marzo successivo ci siamo messi d’accordo e il 1° luglio 1993 sono arrivato a Maranello. Qualche giorno dopo Agnelli mi ha chiamato per darmi il benvenuto e sapere cosa avevo in mente per la rossa. È stato un momento, non so come dire... mi sono sentito onorato, ecco", queste le parole di Todt sul suo primo incontro con l'avvocato.

Agnelli aveva l'abitudine di telefonare la mattina presto ai suoi amici, tecnici e calciatori. Riguardo questo argomento il francese rivela come personalmente a lui chiamava poco, ma tutti i rapporti con la Ferrari passavano da Montezemolo. "Lui era appassionato e il successo del Cavallino era qualcosa di molto importante. Voleva essere informato sulle scelte strategiche e sui piloti. Ricordo quando nel 1995 abbiamo trattato con Schumacher per portarlo a Maranello, qualche settimana dopo la firma siamo andati a incontrare l’Avvocato sulla sua barca a vela a Saint-Jean-Cap-Ferrat. In costume da bagno su un tender con Walter Thoma, allora capo della Philip Morris, Montezemolo, Michael, che era pilota Benetton e stava lottando per il Mondiale, e il sottoscritto. Avevamo chiuso il contratto a inizio agosto e ci siamo presentati a fine mese da Agnelli. Voleva conoscere Schumi come un tifoso. Quello che però mi fece arrabbiare fu che qualche settimana dopo si fece scappare la notizia dell'ingaggio scatenando i giornalisti. Ma era il suo stile, e poi ne aveva tutti i diritti...".


"Per Gianni era importante che i piloti della Ferrari avessero l'ambizione per conquistare il risultato. Con Micheal ha capito subito che la squadra avrebbe cambiato passo. Quando capivamo che stava arrivando a vedere i test ci organizzavamo, lui parlava con i piloti e poi durante l'anno veniva a uno o due GP. Quando arrivava attirava tutta l'attenzione del paddock su di lui. Sembrava un capo di stato". Poi continua: "viveva male gli insuccessi, si capiva benissimo che per lui era importante vedere una Ferrari tornare a vincere, gli stava a cuore. Quando nel 2000 ce l’abbiamo fatta è stato un sollievo. Era il motivo per cui siamo stati assunti, io per primo. Non ricordo se ha telefonato, quel giorno in Giappone, ma sicuramente avrà cercato Michael con cui voleva parlare spesso. Organizzavamo le loro agende in parallelo, perché potessero sentirsi. Schumacher non veniva spesso in azienda a Maranello, Agnelli lo chiamava a casa. Ma Michael, che era riservato, non mi raccontava mai i dettagli delle loro conversazioni".

Todt conclude la sua intervista ricordando come l'avvocato fosse impaziente di vincere il titolo, ma non ha mai dettato le regole di come ottenerlo scavalcando i ruoli stabiliti: "So che era deluso, non era l’unico. Ma non entrava nelle questioni operative, non era quello che prendeva provvedimenti. Era impaziente, voleva i risultati ma ascoltava con disciplina ciò che veniva deciso, non credo abbia mai detto cambiamo questo o quello".

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