Ascari, Monza e la variante del destino
31/08/2023 15:10:00 Tempo di lettura: 4 minuti

Non erano già più i tempi da pionieri del primo Nuvolari; gli pneumatici avevano cominciato a battere lingue d’asfalto via via più lisce. Il motore non era piu, da un bel po’ di tempo, privilegio di un’élite e non era ancora diventato un bene di consumo: la prima metà degli anni cinquanta in Italia sapeva di ottimismo e crescente olezzo di benzina, maniche rimboccate per smaltire la povertà post bellica e un consumismo ancora nascosto dietro la linea dell’orizzonte popolare. 

Le corse automobilistiche si erano arricchite nel 1950 della Formula Uno, quintessenza di rischio e avanguardia, manifesto di eroismo e soglia di possibilità umane da spostare sempre un passo o un giro più in là. 

Con la sua spessa maglia preferita e un casco azzurro senza i quali aveva promesso a se stesso che non avrebbe mai gareggiato, Alberto Ascari era l’eroe popolare di un’epoca frontaliera, in mezzo al guado tra un passato contadino e un futuro sempre più tecnico fino a diventare tecnologico. Un’altra cosa si era ripromesso di non fare: gareggiare il 26 del mese, il giorno in cui era morto suo padre quando lui aveva sette anni. Un pilota di auto da corsa degli anni Venti, suo papà: c’è chi si consegna alle corse per possibilità, chi per dinastia, anche se gli toccano sacrifici da officina, magari cominciando dalle moto, come Alberto figlio di Antonio. 

 

Hanno sognato con la prima Ferrari

Dietro gli occhiali di Ascari
E cento lire per tre dischi
E per dirle amore
E diventare rossi in faccia
Senza più parole…

così canta Roberto Vecchioni in “Quelli belli come noi” e non serve altra spiegazione per far capire quanto Alberto il milanese col suo casco a scodella fosse radicato nell’immaginario popolare. 

Ascari, Monza e la variante del destino

Aspetto bonario, quasi pacioso, sotto il cui involucro si celava una tempra caratteriale non scalfibile: era fatalità che prima o poi lui ed Enzo Ferrari venissero in contrasto. Ma prima, Alberto Ascari aveva fatto in tempo a consegnare al Drake due titoli mondiali di Formula Uno, quelli del ‘52 e del ‘53. Era passato alla Lancia, quasi per ripicca. 

Al Gran Premio di Monaco del 1955 Ascari era volato, letteralmente, in acqua con la sua Lancia, riuscendo poi a riemergere illeso. Un ritmo troppo arrembante e una staccata oltre il limite. Quattro giorni dopo, il 26 maggio 1955, Ascari non dovrebbe essere in macchina; infatti si trova a casa sua a Milano. Riceve la telefonata di Villoresi e Castellotti che stanno provando, a Monza, la Ferrari 750 per il Trofeo Supercortemaggiore. Prima di pranzo, Ascari chiede di fare tre giri, per provare. Torna su una Ferrari, non ha il casco, né la maglia ed è salito in macchina il giorno 26, esattamente trent’anni dopo l’ultimo giro di suo padre. Al terzo giro, quando perde il controllo dell’auto, la macchina si capovolge, schiacciandolo. In quel momento cambia la storia dell’automobilismo, per più di una ragione: per esempio, perché la Lancia si ritira immediatamente dalle corse, cedendo tutto il materiale tecnico alla Ferrari; oppure perché viene a mancare il più autorevole avversario di Juan Manuel Fangio e chissà che duello sarebbe stato il loro, negli anni a seguire. 

Ascari, Monza e la variante del destino

Se ne va un idolo della gente, uno che incarnava anche la sfida del progresso, vicino al popolo pur se facente parte di un mondo così distante e così più in alto rispetto alla quotidianità. 

Il commento più nobile della tragedia esce dalla penna di Dino Buzzati, il giorno dopo. Lo scrittore precisa che, dopo il sacrosanto cordoglio per la scomparsa del campione, è bene ricordare a chi demonizza le corse automobilistiche, che i piloti vanno paragonati agli scienziati, ai pionieri: spostano sempre oltre la soglia delle conquiste umane, incarnano l'essenza del progresso; altrimenti sarebbe soltanto un gioco senza senso di rischio e di ruote.

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