Gp Abu Dhabi - Gara

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Il trentaduesimo uomo nella storia a conquistare un mondiale di F1 è un ragazzino tedesco dai tratti che ricordano quasi il volto di un bambino. E’ un giovanissimo che, nell’ultima ed emozionante comunicazione della stagione con i box, lancia in mondovisione il suo pianto, forte e al tempo stesso dolce. Lo definivano il nuovo Schumacher. E questo, sotto sotto, gli dava immenso fastidio. Perché Sebastian non ha mai cercato, forse, paragoni o confronti con nessuno. Annientato tre settimane fa a Yeongam, è splendidamente risorto dalle sue ceneri e ha volato più in alto di chiunque altro. Una conquista storica, un mondiale che non dimenticheremo.
Come ogni competizione sportiva che si rispetti, ad un corrispettivo di gioie equivalgono altrettanti dolori. A soffrire, come si può immediatamente immaginare, è stata quella Ferrari sicura di sé, forse troppo, nel momento in cui era sufficiente restare calmi e continuare lungo la strada più semplice, facendo la gara lì tra i primi (specie dopo il capolavoro in qualifica dello spagnolo). A uscirne con le ossa rotte è il team, non certo il pilota, che ha lottato caparbiamente (e non disperatamente) fino alla fine. La chiave di tutto, da un certo punto di vista, sta in quel primo giro in cui Schumacher (finito in testacoda) vede la Force India di Liuzzi finirgli pericolosamente (e letteralmente) addosso. Nessun problema, solo tanto spavento e la solita, immancabile safety car. Ma è qui che, quasi invisibilmente, cambia tutto: diversi piloti di metà schieramento e qualcuno delle retrovie entrano ai box e approfittano della neutralizzazione della corsa per azzerare lo svantaggio della sosta. Un dato che, incredibilmente quanto tragicamente, gli ingegneri Ferrari hanno poco dopo ignorato.
Dopo la ripartenza Mark Webber, complice probabilmente un “bacio” dato al rail con la posteriore destra, entra ai box e cambia le gomme, per poi rientrare in quindicesima posizione e continuare una gara compromessa. In quegli istanti, in modo frettoloso, la Ferrari ha tolto ad Alonso un mondiale possibile e a portata di mano, decidendo di marcare la gara dell’australiano e dimenticando sia quanto avveniva nelle prime posizioni che l’inevitabile presenza di piloti con la sosta già effettuata (quindi una perdita di posizioni certa in caso di rientro di Fernando). Un dato semplice, inequivocabile, che molti tifosi avranno constatato da sé a casa osservando una banale schermata dei tempi e distacchi. Alla fine della gara l’ingegnere di Alonso ha ammesso l’incredibile quanto ingenuo sbaglio compiuto dal punto di vista strategico, quell’entrata ai box troppo anticipata che ha poi inabissato Fernando nel traffico, dietro la Renault di Petrov fino al traguardo… Anche perché le gomme morbide, montate da diversi piloti di testa, in realtà sono durate per buona parte della gara, a dispetto delle previsioni (anche qui molto probabilmente sbagliate) del Cavallino. Da tutto questo, soprattutto dall’esigenza di marcare la gara di Webber, il muretto Ferrari ha perso di vista chi stava davanti (Vettel, Hamilton, Button, anche Kubica…) per occuparsi di chi, ormai inoffensivo da un punto di vista della classifica, è finito dietro. Quasi come se Mark Webber avesse portato con sé in una sorta di inferno iridato il rivale Fernando Alonso.
Nel 2007 la Ferrari aveva vinto un mondiale perso. Nel 2008 e quest’anno ha perso due mondiali praticamente vinti. Sono i strani casi di fronte ai quali ci pone la kermesse dello sport, spesso piena di camuffate variabili impazzite, impossibili da quantificare. Ha dato tutto Fernando Alonso, esattamente come gli era stato chiesto da Andrea Stella via radio quando si era capito che i giochi stavano per finire. “Usa il meglio del tuo talento”. Parole disperate, un’invocazione all’ultimo totale assalto, alla grande forza che lo spagnolo porta nel cuore. E quell’invocazione, il principe delle Asturie, l’ha ascoltata e rispettata. Allargando traiettorie. Frenando tardissimo. Finendo oltre i cordoli. Derapando. Pattinando. Un combattente puro che ha perso il suo terzo mondiale, l’entrata nell’esclusivo e prestigioso club di Ayrton Senna, Jack Brabham, Nelson Piquet, Jackie Stewart e Niki Lauda, per colpe non sue. E, nonostante tutto, ha poi difeso ancora una volta l’operato del team, da vero e unico leader, senza mai metterne in discussione le scelte, quelle scelte che gli hanno staccato a morsi un pezzo d’anima, soffocando il sogno dalle ali spezzate, la rimonta impossibile resa possibile dal suo talento (e da una dose di fortuna), la rimonta dal sapore troppo dolce perché potesse essere vera, reale.
Lo stesso sapore, capriccioso, intenso e straordinariamente potente, lo ha invece gustato questo piccolo grande ometto di nome Sebastian, che da piccolo effettuava traiettorie e costruiva il talento sulla pista di una certa famiglia Schumacher. Un sapore amplificato dalle lacrime meravigliose, da quella voce spezzata dell’ex-adolescente incredulo, divenuto uomo perché vincente dopo la caduta. Suona l’inno tedesco, l’inno del vincitore. Vengono in mente immagini già viste, sogni passati, vecchi e noti momenti di gloria. La Leggenda bussa ancora e inaspettatamente alla porta del mondo della F1 e porta con sé Vettel, sintesi perfetta della forza, dell’emozione e della sincerità. Auguri, piccolo campione; il numero 1, finalmente, è tuo…

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Sebastian Vettel è il più giovane campione del mondo nella storia della F1! Amara sconfitta ...

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