Guardando alla Formula 1 attuale, ci si addentra in un mondo in continua evoluzione, che si allontana dagli stereotipo: le luci, il divertimento, la musica creano un ambiente molto diverso da quello del rumore a sei cilindri degli anni ottanta, di quegli uomini che scendevano in macchina senza troppi fronzoli. Ma queste sono quasi chiacchiere da bar, il classico mantra passatista per il quale gli anni andati sono meglio del presente.
Noi di Formula1.it abbiamo avuto modo di parlare con chi quel mondo lo ha vissuto, ossia Riccardo Patrese. L'occasione è stato l'evento di presentazione del suo libro "F1 Backstage. Storie di uomini in corsa", scritto in collaborazione con Giorgio Terruzzi ed edito da Rizzoli. Nel volume si raccontano diversi aneddoti collezionati in 17 anni passati sulla griglia, storie straordinariamente umane prima che sportive, racconti di atleti fuori dal comune, che seguivano i loro sogni senza la certezza che sarebbero tornati a casa. Storie di un mondo sì glamour, ma allo stesso tempo meno distante, meno patinato. "Non si possono fare paragoni tra il passato e il presente, perché è cambiato tanto, sia in questo sport come in altri", ha detto l'ex pilota in esclusiva ai nostri microfoni. "Io sono rimasto nel paddock per 17 anni, e ho visto tre epoche diverse ossia gli anni 70, 80 e 90, fino agli esordi di Michael Schumacher. L'atmosfera era diversa, noi eravamo persone che vivevano di passione e riuscivamo a trasmettere questo sentimento, queste emozioni ai tifosi. Noi condividevamo tutto con loro, anche le scaramucce tra di noi mentre adesso non si possono neanche dire le parolacce. Poi a me non piace nemmeno il contorno dello sport attuale, con le feste e la musica, e nemmeno alcuni aspetti del regolamento moderno. Per carità, ai piloti di adesso non di può recriminare niente, perché non sono loro che decidono. E tra l'altro sono tutti molto bravi. Noi invece guidavamo in modo più istintivo, mentre adesso è quasi tutto studiato a tavolino con l'ingegnere. E mi pare che anche noi lottavamo fino all'ultimo millesimo".
E forse ciò che più ci si ricorda di quella Formula 1 è il lato più istintivo, la guida cruda, nuda, fatta dal legame dell'uomo che spingeva al limite la macchina. E talvolta il limite lo si superava anche, finendo in incidenti fatali. Molto spesso Patrese ricorda nel libro di essere un privilegiato e un sopravvissuto, perché può essere ancora qui a parlare con noi mentre molti suoi colleghi non ci sono più, presi da quel flirt con la morte che è impossibile da spiegare a chi non si cala nell'abitacolo. "La mia è una generazione di fatalisti, pensavamo che a morire sarebbero stati sempre gli altri, e mai noi. D'altronde avere paura significava andare piano, e nessuno poteva permettersi di farlo. Magari ripensavamo a quanto successo solo la sera dopo. Quando si scende in pista e ci si mette il casco non si sente più a niente. Si pensa solo a guidare. Tra l'altro, quando correvamo un pericolo e ne uscivi vivo eri felice il doppio. Per esempio, c'era la gara implicita a chi riusciva a fare le curve di Lesmo a tavoletta, e noi ci giudicavamo silenziosamente in questo modo".
Foto copertina x.com
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