Monaco 1992, gigantesco Mansell, Senna disumano
07/06/2026 08:46:00 Tempo di lettura: 4 minuti

Le strade strette del porto, l’odore di benzina mescolato alla salsedine, i guard-rail così vicini da sembrare lame: lì Senna guidava come se il circuito gli appartenesse. Non aveva la macchina migliore, anzi. La McLaren-Honda del 1992 era già entrata nella fase discendente, mentre la Williams sembrava arrivare da un’altra epoca tecnologica. Ma Ayrton sapeva che a Montecarlo la precisione mentale valeva quasi quanto i cavalli del motore.

Il pomeriggio del 31 maggio 1992, nel Principato di Monaco, sembrava dovesse andare in scena l’ennesima esibizione di forza di Nigel Mansell. La sua Williams FW14B era una macchina quasi "offensiva" per superiorità tecnica: sospensioni attive, elettronica avanzata, una tenuta irreale. Aveva vinto le prime cinque gare della stagione e a Montecarlo aveva rifilato più di un secondo a tutti in qualifica. Sembrava una sentenza già scritta.  

Due scettri a forma di volante per un solo re.

Alla partenza Senna fece subito capire le intenzioni. Scattò terzo, dietro Mansell e Riccardo Patrese, ma infilò Patrese alla Sainte Dévote con una manovra chirurgica. Non aggressiva: inevitabile. Era il primo colpo psicologico della giornata.  

Mansell, nel frattempo, aveva iniziato a scappare.

Giro dopo giro, la Williams sembrava danzare sull’asfalto. Nei tratti veloci del tunnel e verso il porto guadagnava metri a vista d’occhio. Senna guidava al limite dell’aderenza, ma il distacco cresceva lo stesso. Venti secondi. Ventidue. Trenta. A Monaco, un’eternità.

Eppure Ayrton continuava a cercare il ritmo più incalzante possibile.

In radio non c’erano i continui scambi che ci sono ora. C’era il rumore del V12 Honda, il sudore dentro l’abitacolo e la concentrazione feroce di un uomo che continuava a ripetersi di restare vivo dentro ogni curva. A un certo punto dovette persino evitare la Footwork di Michele Alboreto quasi ferma a Mirabeau, perdendo secondi preziosi. Ma rimase lì, abbastanza vicino da poter sperare nell’unica cosa che a Monaco arriva sempre: l’imprevisto.  

Giro settantuno.

Mansell esce dal tunnel e sente il retrotreno muoversi in modo strano. Pensa a una foratura. In realtà probabilmente si tratta di un dado d'una ruota allentato. Rallentò immediatamente e rientra ai box. Montecarlo trattiene il respiro.  

Quando Mansell torna in pista con gomme fresche, Senna è davanti.

Cinque secondi di vantaggio. Cinque come i giri che mancano alla fine.

Da quel momento il Gran Premio del 1992 smette di essere una corsa e diviene un confronto mistico, nell'eterno presente dei giorni leggendari che rivivono ogni volta istante per istante.

La Williams infinitamente più veloce. Mansell divora il distacco a colpi di record sul giro. Arriva sotto il cambio della McLaren in pochissimo tempo. Comincia una caccia feroce nelle strade più strette del Mondiale.

Alla Loews, Ayrton chiude ogni centimetro interno. Esce lento ma si piazza perfettamente al centro della carreggiata. Nel tunnel Mansell prende la scia, la Williams sembrava pronta a divorarlo, ma alla Nouvelle Chicane Senna stacca tardissimo e inchioda ogni tentativo. Difesa dura, ma lucidissima. Non isterica. Geometrica.  

Per gli ultimi tre giri il pubblico non respira.

Mansell prova tutto: finti attacchi, incroci di traiettoria, staccate impossibili. Senna elabora ogni sua intenzione con mezzo secondo d’anticipo. Sembra che guidi guardando negli specchietti e avanti contemporaneamente.

La cosa impressionante è il contrasto "fisico" tra i due.

Mansell con gomme nuove, una macchina extraterrestre e una furia quasi animalesca. Senna invece pneumatici finiti, una McLaren inferiore e una calma glaciale. Ma a Monaco la posizione in pista è una fortezza, se sai difenderla. E nessuno, nella storia, lo ha mai fatto meglio di lui.

Sul traguardo, un distacco di appena due decimi di secondo.  

Monaco 1992, gigantesco Mansell, Senna disumano

Esausto sul podio Mansell, praticamente sorretto dai commissari. Con un filo di voce afferma che e stata “la seconda posizione più importante della mia vita”. Senna invece ha quell’espressione sua rituale: non trionfale, quasi spirituale. Come se abbia attraversato qualcosa che gli altri non potevano capire fino in fondo.  

Ancora oggi, quando si parla del GP di Monaco più bello di sempre, il 1992 torna inevitabilmente fuori. Perché in quelle ultime tornate c’era tutto ciò che rende immortale la Formula Uno: superiorità tecnica contro genio umano, aggressione contro freddezza, velocità opposta a controllo.

Soprattutto, c’era Senna.

Non il Senna della leggenda consolidatasi dopo la sua morte. C'era il Senna vivo, feroce, lucidissimo. Un uomo che per cinque giri aveva tenuto dietro l’auto più veloce del mondo semplicemente guidando meglio di chiunque altro.

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