Dopo anni di caos, turnover e piani mai portati a termine, l’Alpine ha finalmente ritrovato una forma credibile. La rinascita non è arrivata da una rivoluzione tecnica, ma dall’arrivo di una gestione stabile, pragmatica e capace di riportare buon senso in una struttura che aveva perso la propria identità.

Per anni, la scuderia di Enstone è stata un organismo in costante cambiamento: tra piloti che andavano e venivano, dirigenti sostituiti dall’oggi al domani, piani strategici annunciati e poi abbandonati. Il rebranding in Alpine nel 2021 aveva aperto una fase di ambizioni confuse, culminata nel disastroso momento in cui la squadra era scivolata all’ultimo posto del gruppo.
L’arrivo di Steve Nielsen ha rappresentato il primo vero punto di svolta. Ex direttore sportivo della Renault dei titoli 2005-06, Nielsen ha riportato ordine senza stravolgere nulla ma valorizzando le strutture già presenti.
«Il 95% di ciò che c’era a Enstone quando sono arrivato andava bene. Non serviva una rivoluzione epocale; bastava solo qualche piccolo ritocco qua e là», ha spiegato. E poi aggiunge:
«Non voglio assolutamente attribuirmi un merito sproporzionato per questo risultato. Il mio contributo è stato piuttosto modesto. Ma se ho fatto qualcosa, è stato solo quello di portare un po’ di buon senso qua e là».
Il suo intervento non è stato quello di un demolitore, ma di un normalizzatore.
«A Enstone non c’è stata una rivoluzione radicale, del tipo ‘bruciare tutto’. La maggior parte di ciò che c’era andava bene». Ha riconosciuto le perdite importanti — da Alan Permane a Pat Fry, da Budkowski a Prost — ma ha insistito sulla forza interna della struttura della squadra:
«Ci siamo evoluti, i ruoli sono stati ridistribuiti e stiamo andando avanti».
Il problema, secondo Nielsen, era la mancanza di continuità: «Negli ultimi tre, quattro o cinque anni ci sono stati troppi cambiamenti sia dal punto di vista tecnico che gestionale. Questo genera un po’ di incertezza tra lo staff. Ciò di cui abbiamo bisogno è stabilità». E oggi, per la prima volta da un decennio, Alpine la sta ritrovando.
La nuova Alpine si regge su una struttura a tre punte. Nielsen gestisce la quotidianità, David Sanchez guida lo sviluppo tecnico, mentre Flavio Briatore, tornato nel 2024 dopo anni fuori dalla F1, funge da scudo politico tra Enstone e la dirigenza Renault.
Il suo impatto è stato immediato: Briatore ha convinto Renault a chiudere il programma motoristico, una decisione impensabile senza una figura capace di muoversi tra diplomazia e audacia. Il risultato è stato un propulsore Mercedes che ha contribuito a trasformare la competitività della squadra: «L’hardware [di Mercedes] è di livello molto più elevato rispetto a quello che avevamo noi. Non è bello dirlo, ma è la verità e lo sanno tutti», ha ammesso Nielsen.
E non solo: Briatore ha assicurato un accordo di sponsorizzazione con Gucci dal 2027, un salto economico enorme rispetto al precedente contratto con BWT. Nielsen lo descrive così: «È un mix di genio e follia, tutto in una sola persona. Non sai mai davvero quale dei due ti capiterà. Ma Flavio è in grado di fare cose che nessun altro riesce a fare. Ed è proprio qui che… ‘genio’ è la parola giusta».
Nonostante i progressi, Nielsen mantiene i piedi per terra: «Siamo migliori rispetto all’anno scorso, ma l’anno scorso ci eravamo prefissati obiettivi molto modesti». Il distacco da Mercedes e McLaren resta enorme: «Sono in vantaggio di un secondo al giro». E aggiunge: «Siamo contenti di aver fatto progressi, ma non siamo soddisfatti del distacco da chi ci precede».
Il limite è tecnico e strutturale: «Il più delle volte i progressi maggiori si ottengono quando si costruisce una nuova vettura. Ovviamente, non costruiremo una nuova vettura a metà stagione per due motivi sostanziali: non abbiamo le risorse e non abbiamo il margine consentito dal tetto di spesa». Il recupero sarà graduale, non miracoloso.
C’è poi un altro fronte: quello finanziario. «In quell’ambito disponiamo di risorse un po’ insufficienti», ammette Nielsen. «Ci sono tutta una serie di aspetti del tetto di spesa che non abbiamo ancora esplorato a fondo. Lo stiamo facendo ora». Ogni margine lasciato inutilizzato è sviluppo perso: «Si tratta sostanzialmente di risorse che avrebbero potuto finanziare una nuova ala anteriore, un nuovo fondo o una nuova ala posteriore».
L’Alpine del 2026 non è una squadra rinata per caso, ma il risultato di una ricostruzione silenziosa, fatta di stabilità, pragmatismo e scelte politiche coraggiose.
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