La guerra in Iran, iniziata lo scorso 28 febbraio con un'operazione congiunta di Stati Uniti e Israele, sta registrando una pesante escalation militare dopo il fallimento dei fragili accordi di cessate il fuoco e dei passati memorandum d'intesa. Il conflitto ha ormai superato la dinamica della "guerra lampo" trasformandosi in una crisi regionale. Di conseguenza, l’Iran ha allargato lo spettro delle sue risposte contro obiettivi americani nell’area, danneggiando, fra l’altro, un impianto per la desalinizzazione in Kuwait che è una delle principali fonti di acqua potabile in un Paese desertico. Attacchi iraniani vengono inoltre segnalati in Arabia saudita e lo sono già stati anche negli Emirati arabi uniti e in Oman, Qatar, Bahrein e Giordania.
La Formula 1 deve fare i conti con uno scenario parzialmente imprevedibile. Negli ultimi anni, si è assistito ad un inserimento graduale di round in Medio Oriente arrivati a 4: Bahrain, Arabia Saudita, Qatar ed Abu Dhabi. La pervasione dell’influenza mediorientale nel motorsport è rappresentato da Mohammed Ben Sulayem, imprenditore emiratino nonché ex pilota di rally, succeduto a Jean Todt nel dicembre 2021. L’arrivo di Ben Sulayem al comando della Federazione Internazionale ha costituito una svolta radicale, non solo perché si tratta di un presidente mediorientale ma soprattutto perché è stato il primo presidente non europeo della storia della FIA, pertanto anche da un punto di vista simbolico il suo approdo al timone è di una certa rilevanza. Lo sport è senz’altro uno strumento di soft power molto forte adoperato da diversi Stati mediorientali, allo scopo di rafforzare le loro relazioni internazionali e al contempo contribuire alla costruzione di un’immagine di modernità e volontà di tendere la mano la nuove culture e la Formula 1 è una delle manifestazioni della “occidentalizzazione”, se così la si vuole chiamare, del Medio Oriente a cui si è assistito negli ultimi decenni.
Tuttavia l’operazione di sportwashing sta mostrando evidenti crepe. Le gare in Bahrain e in Arabia Saudita, previste in Aprile, non sono state disputate ed a questo punto sembrano in serio pericolo anche le tappe in Qatar negli Emirati Arabi Uniti. Secondo quanto riportato da Paolo Ciccarone di RMC Motori, più che i problemi legati alla logistica, che in Formula 1 vengono superati senza problemi, il vero nodo della questione riguarda le assicurazioni che al momento non vogliono coprire i costi eventuali e, soprattutto, per garantire una copertura adeguata, hanno aumentato i prezzi in maniera esponenziale. Perdere quattro Gran Premi, tra i più remunerativi (Qatar, Jedda, Bahrain e Abu Dhabi garantiscono incassi superiori ai 250 milioni di diritti organizzativi) pone anche un problema per le casse dei team e dei promoter, anche se i bilanci FOM finora sono in enorme crescita.

La Formula 1 deciderà nel weekend di Zandvoort, in programma tra il 21 e il 23 Agosto, quale saranno le restanti tappe di questa stagione. L'ipotesi di recuperare il Gran Premio del Bahrain a ottobre è ufficialmente sfumata. Difficile che qualche paese europeo possa ospitare un gran premio in pieno inverno al netto di Portimao dove il clima potrebbe essere più clemente. Si fa strada la possibilità di un doppio gran premio nella medesima location. In sostanza ciò che venne fatto nel 2020 con i Gran Premi d’Austria e Stiria in rapida successione in piena emergenza Covid, tuttavia le gare furono organizzate in un impianto permanente. Difficile pensare che tracciati cittadini come Bakù, Singapore e la stessa Las Vegas possano paralizzare le rispettive città per due settimane consecutive. Si fa largo l’ipotesi che il mondiale possa terminare a Las Vegas adottando un nuovo format, con due gare sulla distanza dei 300 Km nello stesso weekend.
Classifica piloti e costruttori F1 aggiornata