Quando la Mercedes tornò in Formula 1, nel 2010, aveva bisogno di un modo per farsi vedere dal grande pubblico. E quale modo migliore se non chiamare il pilota più forte, ritiratosi ormai da 4 anni, che aveva la stessa bandiera della squadra? Così, con una serie di circostanze fortuite, Michael Schumacher tornò in griglia, accanto allo "sconosciuto" Nico Rosberg.
Tuttavia, la sua seconda fase della carriera non andò secondo le (altissime) aspettative. Dopo anni lontano dai motori, con macchine e tecnologie diverse, il sette volte iridato non militava più nelle posizioni di rilievo e veniva battuto dal compagno di squadra; la frustrazione montava e, con essa, gli errori. Parlando con il podcast High Performance, lo stesso Rosberg ha raccontato cosa succedeva nel garage in quelle stagioni: “Il talento di un pilota è la capacità di adattarsi. Noi siamo molto veloci a capire il grip, pensiamo a mille scenari diversi, perché ogni giro è diverso dal precedente. Quella era l’unica area in cui Michael non era al suo meglio”.
“Un esempio era il DRS, che non aveva nei primi anni di carriera, e con quello si entrava in curva 50 km/h più veloci rispetto al giro precedente”, ha raccontato ancora il tedesco. “A Barcellona, lui stava lottando con Bruno Senna e non si ricordava che sarebbe entrato nella zona di frenata con un’accelerazione maggiore, quindi doveva frenare prima. Lui ha frenato nello stesso punto, è andato lungo e ha tirato fuori l'altro”.
Questi momenti bui nell’ultima fase della carriera non hanno minato l’immagine e il ricordo di Schumacher, che ha lottato fino all’ultima curva: “Lui viveva per le gare. Non prendeva bene tutti questi incidenti o il finire dietro di me, ma reagiva con forza. Lui riusciva a godersi il momento dove altri crollavano, specialmente con le critiche costanti dei media”.
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