Monza - Il luogo dell'anima

Monza - Il luogo dell'anima

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Ho visto gli occhi dei poeti attraverso due fori nel tessuto bianco, fissi verso un punto lontano, già raggiunto col pensiero; nelle intenzioni rubato a tutti gli altri.
Tutti i loro versi li raccolgono pagine d’asfalto liscio, dove lasciano rime di gomma più scura, a volte punteggiatura d’un errore che rende appena più umani quel pugno d’uomini che ogni volta che attorno a loro salgono i battiti per l’emozione che suscitano, sono capaci di abbassarli, perché il nastro grigio che impazzisce di colpo, come nelle comiche del cinema muto, non può aspettare chi fraintende gli istanti che non tornano più, perché appartengono già a un altro, come gli amori sfortunati, o i baci che non si è osato dare.

Ho riconosciuto quei poeti sotto le visiere scure, nella frenesia delle dita e dei polsi, mentre il demone che hanno scelto di venerare gli piega il collo sotto gli ordini del vento.

E se potessero scegliere sotto quale sole far sciogliere quell’orizzonte fatto di linee ondulate e scritte a colori, forse tutti vorrebbero alzare lo sguardo al cielo di Monza, ancora una volta prima di svanire verso un punto lontano, per poi riapparire un istante, quindi svanire di nuovo, laddove la musica dei pistoni segue lo spartito che l’asfalto suggerisce, come un temporale di tuoni differenti, lontani o vicini a seconda della curva dietro cui si accampano gli innamorati: birra calda e formiche, impressioni di macchie colorate che riprendono contorni nitidi dove il serpente si contorce, prima di ridistendersi per cambiare la pelle o le gomme, quando prendono il morbillo dell’usura, poltiglia masticata dal suolo che scuote i fianchi a ogni passaggio.


Monza, dove il Poeta lombardo imprigionò una donna che non poteva accettare il destino che altri le avevano assegnato, o dove un Campione del mondo non fece in tempo a sapere di esserlo; dove una curva che ora non c’è più quasi capovolgeva l’orizzonte, e le bandiere erano ali al folle volo, per ogni giro in cui il filo dell’equilibrio pretende la perfezione a cui l’imprevisto tende lo sgambetto, mentre i cappellini si girano a seguire una scia, invocando o maledicendo il dio dei sorpassi e dei freni troppo caldi, come gli hot dog dei ragazzini che hanno le guance arrossate.

Ogni anno si sveglia, Monza, s’impenna al mondo come un cavallo nero sullo sfondo giallo del sole, soffiando via il sipario con un alito di benzina.

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