Ferrari-Binotto, siamo al capolinea? Ecco i perché del fallimento Ferrari

Ferrari-Binotto, siamo al capolinea? Ecco i perché del fallimento Ferrari

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Giorni tempestosi, sono quelli che sta vivendo la scuderia Ferrari, sia in pista che a Maranello.
Giorni in cui, dopo una seconda pessima gara in Austria, la Ferrari tutta sta finendo sul banco degli imputati, a casua delle prestazioni imbarazzanti della SF1000 e della scarsa capacità di reazione.

Giorni tempestosi, lo sono anche per il team principal Mattia Binotto che, come tipicamente accade in Italia, è il primo a finire sul banco degli imputati e potrebbe essere il capro espiatorio, pagando in prima persona la pessima annata della Ferrari.

E non dico capro espiatorio a caso, ma a ragion veduta. Si, perché essendo il capo, Binotto ha la responsabilità del naufragio della SF1000, ma non è certamente il solo responsabile di questa annata nera per il Cavallino.
Di fatto, le colpe per cui Mattia potrebbe pagare, il condizionale è d'obbligo, non sono esclusivamente sue, seppur ne ha anche lui, ma appartengono anche allo staff tecnico che, inevitabilmente non ha lavorato al meglio, e anche ai vertici dell'azienda.
Così, in prima analisi, il manager regiano, potrbbe pagare tre sue grandi colpe.

La prima: la volontà di ottenere il ruolo di team principal a tutti i costi nel Gennaio 2019, avviando una vera e propria guerra con l'allora team principal Maurizio Arrivabene, arrivando anche all'aut aut davanti ai veritici dell'azienda. Un ultimatum con cui il tecnico arrivava col coltello dalla parte del manico, avendo la forza di due vetture quasi da mondiale sfornate sotto la sua direzione tecnica, oltre che il "lascito" testamentario di Sergio Marchionne, che lo avrebbe voluto team principal. A posteriori, forse un passo più lungo della gamba?

La seconda: il suo essere troppo aziendalista, il suo attenersi fedelmente ai dettami imposti dall'alto senza mai sbattere i pugni sul tavolo, né per far elargire maggiori finanziamenti, né per farsi supportare nelle battaglie politiche (affrontate tutte da solo), né per imporre l'acquisto di tecnici di peso da altri team, accettando la scelta autarchica.

La terza: la sua mancata fiducia nei suoi sottoposti. Si, perché Binotto è un uomo solo al comando, team principal e direttore tecnico al contempo, di fatto il capo di se stesso.
Ebbene questo, dati alla mano, sembra essere un palese errore, perché un team principal ha un agenda estremamente fitta, impossibile da conciliare con quella altrettanto fitta di un direttore tecnico.
La sua "latitanza" dalla direzione tecnica e l'affidamento dei suoi ruoli a 5 figure separate, dunque, ha portato la Rossa allo sbando, con i vari dipartimenti tecnici che remano tutti in direzioni diverse, senza una figura di raccordo e coordinamento.

Queste, come detto, sono le colpe dell'ingegnere di Losanna che, ad oggi, si trova a far fronte ad una crisi tecnica così grave che a Maranello da almeno 25/30 anni non faceva capolino.
Ma fronteggiare una crisi di cui si è in parte artefici, come capo di se stesso, senza figure dal peso decisionale/operativo con cui confrontarsi non è cosa facile. Mattia infatti, non ha qualcuno con cui potersi confrontare, né tra i suoi sottoposti poiché tutti hanno competenze settoriali, ma non una visione di insieme del team, né tanto meno nei dirigenti che, totalmente assenti, pretendono risultati senza appoggiare il team e senza avere conoscenza profonda della F1.

Una situazione per niente facile, quella che sta affrontando Binotto, senza una facile via d'uscita all'orizzonte, con l'aggiunta della pressione di una dirigenza scontenta.
Dunque, essendo il management aziendale scontento, (avendo però una conoscenza della F1 e del motorsport pari a zero) quale potrebbe essere l'unico segnale, l'unica azione che Elkann e Camilleri potrebbero intraprendere, escludendo fredde e insignificanti dichiarazioni di rito o innesti tecnici da titolo, ma dalla poca funzionalità nell'organigramma?

Questa: la deposizione di Mattia Binotto.
Si, perché su varie testate nazionali, sta rimbalzando questa voce, che vorrebbe John Elkann e Louis Camilleri profondamente scontenti dell'operato del team principal, pronti a dare una scossa all'ambiente, sollevando dal suo ruolo il numero uno della GeS, avviando l'ennesima rivoluzione dell'azienda negli anni recenti che, possiamo dirlo con certezza, bene non fanno e non hanno fatto alla squadra.

A questo punto, sorge un'altra domanda: chi mettere a capo di una gestione sportiva allo sbando, da rifondare?
La risposta sembra esserci: l'identikit circolato nella giornata di oggi sembrerebbe essere quello di Antonello Coletta, capo delle competizioni GT del Cavallino.

Una scelta quasi forzata, poiché a stagione in corso non è facile trovare nomi di peso e competenti. Anche se,ad oggi, non sarebbe facile trovarne neppure a motori fermi, poiché in pochi accetterebbero il ruolo di numero uno del Cavallino in questo momento di crisi nera, senza garanzia di avere tempo per poter lavorare e imporre le proprie idee.

Una scelta, quella di Coletta, simile a quella Binotto, un altro uomo Ferrari, un altro aziendalista, un altro manager pronto ad accettare tutto senza alzare la voce, pronto ad essere lasciato solo da Elkann e Camilleri, in pasto alla crisi tecnica, alla stampa inferocita e alle estenuanti battaglie politiche.

In chiusura, sorgono dunque delle domande diverse: è davvero il team principal la causa di tutti i guai del Cavallino oppure è solo il capro espiatorio?
È il team principal a dover essere sostituito, perché la sua gestione del team è errata, oppure è TUTTA la gestione aziendale a dover essere rivista, cominciando dall'arrivo di manager appassionati in primo luogo, pronti ad imporre le proprie idee e ad assumersi delle responsabilità per quanto riguarda la gestione sportiva e non totalmente disinteressati alle vicende delle monoposto rosse?



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- Formula1.it
Si parla molto, recentemente, di un possibile addio alla Ferrari di Mattia Binotto. Andiamo a scoprire ...

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