Verità distratte

Verità distratte

La trasferta di Budapest lascia una scia di tossicità alimentata dalle proteste della Renault, dalle frecciatine di Binotto e dalle insinuazioni di Vanzini. I fronti della polemica sono molteplici e riguardano la Mercedes in tutte le sue forme e colori...

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Hamilton alla guida di uno schiacciasassi

Forse Lewis Hamilton (10 e lode), in Ungheria, ha esagerato con la melanina. Insomma, che sia il più forte ormai lo hanno riconosciuto anche i suoi più acerrimi detrattori. Ma una tale dimostrazione di muscoli ha finito col deprimere la gara, con la conseguenza che, per vedere qualcosa di eccitante, bisognava spostarsi sul canale 14 per un corpo a corpo tra i due campioni delle macchine virtuali, Leclerc e Norris.

Ciononostante, per una Mercedes pigliatutto, il week-end magiaro non è stato perfetto perché quel guastafeste di Max Verstappen (10), non si sa in che modo, è riuscito a fregare il secondo posto a Bottas (6), auto-punitosi per una partenza al limite dell’illegalità che lo ha costretto ad una lunga rincorsa in cui, ancora una volta, non è riuscito a mettere le ruote del suo asfaltatore davanti al numero 33.


Quarto Lance Stroll (8): chi scrive non avrebbe scommesso un soldo bucato sul figlio del “padrone”, ma anche oggi è riuscito a sfigurare Perez (4, finito settimo) issandosi ai piedi del podio. Albon (4) ha fatto da cartina tornasole dimostrando che a) la Red Bull è più o meno al livello della Ferrari e che b) il compagno di squadra è veramente un marziano: ancora un paio di giri e sarebbe addirittura stato doppiato da Mad Max.

Capitolo Ferrari: Vettel (7), primo dei doppiati, ha fatto quello che ha potuto, concludendo sesto, mentre il predestinato (6) ha pagato il prezzo di una strategia che gli ha fatto perdere almeno una ventina di secondi. Il vero eroe di giornata è comunque Kevin Magnussen (10), in grado di portare la Haas in zona punti grazie all’azzardo delle gomme slick sin dall’inizio e a una condotta di gara granitica. Catastrofe anche per le nostre Alfa Romeo (1), in grado di tenersi dietro solo le Williams.

La trasferta di Budapest lascia una scia di tossicità alimentata dalle proteste della Renault, dalle frecciatine di Binotto e dalle insinuazioni di Vanzini. I fronti della polemica sono molteplici e riguardano la Mercedes in tutte le sue forme e colori, compreso il rosa della Racing Point passata dall’essere eliminata nel Q1 delle qualifiche dello scorso anno alla seconda fila di ieri, con un miglioramento monstre di oltre 3 secondi sul giro secco.

Si pensava che in una pista dove il motore conta meno che in Austria le prestazioni si livellassero, ma si è verificato il contrario. Una situazione inspiegabile, dato che il regolamento tecnico è rimasto sostanzialmente invariato e che le monoposto dell’anno scorso sembravano aver plafonato il limite. Invece Hamilton ha disintegrato il record del tracciato, girando 1,3sec più veloce rispetto al 2019. Ma è forse vero che i motorizzati di Stoccarda sono stati gli unici a migliorarsi così significativamente? Il confronto dei dati racconta un’altra verità: per esempio la McLaren ha abbassato i propri tempi di 8 decimi, esattamente come le Renault. Alpha Tauri si è leggermente migliorata, così come Ferrari e Haas, mentre Red Bull e Alfa Romeo non hanno saputo ripetersi.

Hamilton aveva vinto anche dodici mesi fa, doppiando tutti sino al quarto (Leclerc) e la Ferrari era comunque arrivata a più di un minuto dalla vetta. Morale della favola: sul fatto che il motore della Mercedes sia visibilmente (in tutti i sensi: cosa sono quegli sbuffi che escono dagli scarichi?) migliorato è un dato di fatto su cui si dovrebbe indagare con la stessa solerzia con cui si è vivisezionato il propulsore Ferrari, uscito a brandelli dopo gli ultimi controlli. Che anche la Honda abbia accusato il colpo delle zone non più grigie è altrettanto pacifico, visto che i tori caricano in retromarcia.

Che la posizione di Toto Wolff, team manager della Stella a tre punte e allo stesso tempo azionista di Racing Point/Aston Martin e Williams sia un altro elemento su cui andrebbe fatta chiarezza è fuori discussione. Ma è altrettanto innegabile che, in particolare dalle parti di Maranello, in questi mesi la velocità di rotazione dei pollici sia stata direttamente proporzionale a quella del V6 (da competizione). Così come tutti dovrebbero avere l’onestà intellettuale di riconoscere in Hamilton un incredibile campione che sta meritatamente scolpendo il proprio nome nell’albo dei record: senza di lui probabilmente il dominio Mercedes non sarebbe stato così opprimente.

Il sospetto della connivenza Ferrari sul presunto lassismo della FIA a fronte di percentuali bulgare sugli introiti annuali (il famoso 38%), confermato da diverse prese di non-posizione su temi ambigui come il DAS o la penalizzazione del campione sullo schieramento del GP d’Austria (solo per citare gli ultimi esempi), sembra legato alla sedia di Binotto, e quindi destinato a cadere da un momento all’altro.

Per noi semplici appassionati della domenica servono risposte, e anche molto rapide, per non assistere ad altri spettacoli onanistici in nero e nero, ma le previsioni non prevedono schiarite sino alla fine dell’anno prossimo. Nel frattempo, non ci resta che divertirci con macchine che vanno come schiacciasassi e altre che si manovrano come un tir.

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