
Bernard Charles Ecclestone nasce a St. Peter South Elmham, nel Suffolk, in una famiglia modesta. Il padre è un pescatore che vende aringhe nei mercati dell’Essex; Bernie cresce tra la campagna inglese e il sogno, ancora vago, dei motori. La passione per la velocità lo accompagna fin da ragazzo: negli anni Quaranta corre con moto e auto nei circuiti locali, prima di capire che il vero potere non è nel volante, ma nei contratti.
Negli anni Cinquanta tenta la carriera da pilota, senza grandi risultati. Dopo qualche apparizione in Formula 3 e un incidente serio, decide di cambiare prospettiva: compra, vende, tratta. Si avvicina al mondo della Formula 1 come manager e poi come proprietario del team Brabham negli anni Settanta. È lì che inizia la trasformazione: Ecclestone comprende che la F1 è uno spettacolo globale che ancora non sa di esserlo.
Da capo della FOCA (Formula One Constructors Association), costruisce un impero mediatico. Negozia i diritti televisivi centralizzati, impone regole comuni, trasforma i circuiti in palcoscenici internazionali e gli sponsor in colonne finanziarie. La F1 diventa un business planetario, con un linguaggio di potere che lui domina alla perfezione: visione, controllo, segretezza, e un’ironia tagliente.
“Non vendo la Formula 1. La affitto, la incanto, la faccio desiderare.” diceva spesso a chi lo accusava di essere un mercante.
E ancora: “Nel mondo degli affari non conta essere onesti, conta essere intelligenti.”
Frasi che sintetizzano il suo stile: spregiudicato ma lucido, capace di trattare con monarchi, dittatori e network televisivi come se fossero tutti uguali di fronte ai suoi contratti.
Sotto la sua gestione, la Formula 1 passa da sport elitario europeo a show planetario, con un’audience di centinaia di milioni di spettatori. Ma il prezzo del potere arriva: accuse di corruzione, processi (celebre quello in Germania per tangenti nel caso BayernLB), e un’immagine pubblica segnata da frasi controverse e posizioni politicamente scorrette.
Eppure, anche chi lo critica deve riconoscere che senza Ecclestone la F1 moderna non esisterebbe.
È stato il “Napoleone del paddock”: piccolo di statura, ma con un impero più grande di chiunque altro.
Come disse una volta lui stesso: “Io non ho creato la Formula 1 moderna. Ho solo capito prima degli altri quanto potesse valere.”