
Tra i colori e il calore dell’Autódromo Hermanos Rodríguez, Lewis Hamilton vive una delle giornate più strane e significative della sua carriera. Al via del Gran Premio del Messico, un contatto con Sebastian Vettel gli danneggia l’ala e una gomma: il sogno sembra svanire subito. E invece, metro dopo metro, Hamilton trasforma la corsa in una maratona di resistenza e intelligenza.
Chiude solo nono, ma il destino aveva già scritto il resto: con quel risultato, e grazie alle combinazioni di punti, diventa campione del mondo per la quarta volta. È il trionfo della costanza, della determinazione e della forza mentale, in un weekend in cui la sua Mercedes non era imbattibile e Vettel non si arrendeva.
In radio, la voce è rotta dall’emozione: «Guys, it’s an honour to race for you. Let’s keep pushing!»
Da quel momento, Hamilton entra nella leggenda: quattro titoli come Vettel, Prost e Senna come stella ispiratrice. La sua corsa verso il mito non si fermerà più.

Nasce Lance Stroll, un pilota che una parte del mondo della Formula 1 non ha mai davvero capito fino in fondo. Troppo spesso etichettato come il “figlio di papà”, Stroll è diventato bersaglio di una narrazione facile e ingenerosa, dove il privilegio ha oscurato i meriti. Eppure, chi guarda con attenzione la sua carriera scopre un pilota vero, capace di risultati di valore, soprattutto quando il cielo si fa grigio e la pista bagnata.
Dalla pole di Istanbul 2020 alle difese coraggiose in condizioni estreme, Lance ha dimostrato di saper leggere la gara come pochi, sfruttando sensibilità e freddezza che non si insegnano. Il suo limite resta il giro secco in qualifica — lo sa lui per primo — ma in corsa ha sempre mostrato costanza, visione strategica e una buona maturità.
Nel mondo spietato della Formula 1, dove l’immagine spesso pesa più del cronometro, Stroll è il simbolo di chi lotta contro il pregiudizio. Ogni domenica in pista difende il diritto di essere giudicato per ciò che fa al volante, e non per il cognome che porta.