Il primo Gran Premio nella storia della Formula 1 in India si svolge in un’atmosfera sospesa tra festa e lutto. Solo pochi giorni prima, il mondo dei motori aveva perso due stelle: Marco Simoncelli, il talento romagnolo della MotoGP, e Dan Wheldon, campione IndyCar.
Quel giorno, mentre il sole scalda l’asfalto di Greater Noida, Sebastian Vettel guida la Red Bull come un metronomo: pole, vittoria e giro veloce.
Vettel è simbolo di una generazione che sa fermarsi per ricordare e sul podio, alza lo sguardo al cielo, in un gesto semplice e potente, per gestire le emozioni e dedicare la vittoria a Simoncelli e Wheldon. Dietro di lui, Button e Alonso completano il podio, ma l’immagine che resta è quella di una festa che, per un giorno, lascia spazio al dolore e alle emozioni.
Il ruggito dei motori si unisce al silenzio del rispetto. E la Formula 1 dimostra, ancora una volta, di avere un’anima.
La pioggia cade fine ma insistente, e Ayrton Senna sa che quel giorno può cambiare la sua vita. Al via la McLaren-Honda del brasiliano si pianta, lasciandolo undicesimo. Ma quel momento di crisi diventa l’inizio del mito.
Con una furia lucida, quasi mistica, Ayrton comincia a rimontare: sorpasso dopo sorpasso, curva dopo curva, danza con la pista bagnata come solo lui sa fare. Al giro 28 raggiunge Prost, il compagno-rivale, e lo supera tra gli applausi del pubblico giapponese. Da lì in avanti è una cavalcata verso la storia.
Senna taglia il traguardo di Suzuka campione del mondo per la prima volta, consacrando la sua stagione da fuoriclasse: 8 vittorie, velocità pura, sensibilità tecnica, e quella spiritualità che lo avrebbe reso leggenda.
Quel giorno nacque l’icona Senna, l’uomo che trasformò la Formula 1 in qualcosa di più grande.