
Oggi Gunnar Nilsson avrebbe compiuto gli anni. Un pilota diverso da tutti, in un’epoca popolata da giganti, playboy e ribelli. Lui no: nessun carisma da divo, nessuna posa da star. Sembrava un impiegato qualunque, e invece era nato campione.
Cresciuto in una famiglia benestante, avrebbe potuto scegliere una vita comoda. Preferì un furgone Opel, un meccanico al seguito e le piste d’Europa, pagando tutto di tasca propria pur di inseguire la velocità. Era veloce, chirurgico, naturale. Tanto che Ken Tyrrell e Ronnie Peterson – amico e connazionale – lo indicarono presto come il prossimo grande svedese della Formula 1.
Colin Chapman lo volle in Lotus senza esitazioni: prima la difficile 77, poi la rivoluzionaria 78, la “Black Shadow”, la macchina che inaugurò l’effetto suolo. È su quella vettura che Gunnar mostrò davvero chi era: talento puro, ritmo, sensibilità. A Zolder, nel 1977, confezionò una gara perfetta e un sorpasso che è rimasto negli annali: quello su Niki Lauda, che gli consegnò la sua unica vittoria in Formula 1. Sembrava l’inizio di una carriera luminosa.
Non lo era. Le sue sparizioni dai risultati non erano capricci del destino: erano i primi segnali di un tumore ai testicoli. Gunnar lasciò il casco, rinunciò al contratto Arrows, affrontò cure devastanti. Ricomparve a Brands Hatch smagrito, quasi irriconoscibile, ma con lo sguardo di chi non vuole abbandonare ciò che ama. Continuò ad allenarsi quando poteva, perché un volante può diventare un’ancora.
Nel settembre 1978 camminò, dolorante e imbottito di antidolorifici, dietro al feretro di Ronnie Peterson. Era come assistere a un doppio addio: dell’amico e suo. Morì un mese dopo, a 29 anni, rifiutando la morfina ma non il coraggio. Aveva vinto un gran premio, sì, ma aveva anche fondato la Gunnar Nilsson Cancer Foundation, che esiste ancora oggi.
Chissà quale delle due cose sia stata più eroica.
Oggi lo ricordiamo così: il ragazzo di Helsingborg che un giorno superò Lauda, e che non ebbe il tempo di mostrarci tutte le vittorie che il destino gli aveva negato. Un campione vero, anche nella sconfitta.