
Ci sono giornate che non cambiano la storia, ma la sfiorano. Il 20 dicembre 1992 è una di quelle. Ayrton Senna è a Phoenix, Arizona, lontano dalla Formula 1 e dai suoi riti, per un test che ufficialmente non dovrebbe nemmeno esistere. Una Penske IndyCar lo aspetta in silenzio, come una possibilità alternativa, forse l’unica davvero concreta in quel momento.
La stagione appena conclusa è stata una lunga frustrazione. La Williams domina, Nigel Mansell ha stravinto, e per Senna lo spazio si è improvvisamente ristretto. Prost ha il controllo politico della squadra e di fatto gli chiude la porta. Ayrton è stanco di correre sapendo già dove finisce il copione. Non è una crisi di risultati, ma di senso.
A spingerlo verso l’America è Emerson Fittipaldi, amico e riferimento, che in IndyCar ha trovato una seconda carriera e una nuova libertà. Non è una fuga improvvisata: è un dubbio serio, quasi doloroso. Senna vuole capire se esiste ancora un posto dove il talento possa contare più dei contratti e degli equilibri di potere.
Scende in pista al Firebird International Circuit senza clamore. Pochi giri, nessuna scenografia. Ma bastano quelli. Ayrton va subito forte, fortissimo, meglio di Fittipaldi, su una macchina che non conosce. Nigel Beresford, capo dell’ingegneria Penske, ricorderà sempre il momento in cui Senna rientra ai box. Si toglie il casco, guarda tutti e dice semplicemente:
«Thank you very much, I’ve learned what I need to know.»
Non chiede di continuare. Non discute tempi o assetti. Scende dalla vettura e se ne va. Fine del test, fine dell’ipotesi IndyCar.
Quel giorno Senna non stava cercando un nuovo campionato, ma una risposta. E la risposta fu che il suo posto, nel bene e nel male, era ancora lì: nella Formula 1, anche se imperfetta, anche se ingiusta. L’Indycar non fu una tentazione mancata, ma una conferma silenziosa. Ayrton aveva guardato altrove, aveva capito di poter dominare anche lì. Proprio per questo scelse di restare.
Non guiderà mai più un’IndyCar. Ma per qualche ora, in un deserto dell’Arizona, la storia avrebbe potuto prendere un’altra direzione