1973

Roger Williamson - Auguri a Fernando Alonso

Zandvoort: muore Roger Williamson. “I vigliacchi sono tra noi” intitolava Autosprint il giorno dopo, riferendosi ai commissari di gara ed a quello che successe in quel tragico incidente.

Quella domenica in Olanda, un ragazzo di appena 25 anni restò intrappolato nella sua monoposto capovolta, in fiamme. Era solo alla sua seconda gara in Formula 1. Una foratura improvvisa alla sua March lo fece schiantare contro le barriere, la vettura si rovesciò e prese fuoco. Lì, sotto quel rogo, Williamson era ancora vivo. Ma nessuno lo salvò

Ma uno in particolare ci provò in tutti i modi: David Purley, amico di Roger, fermò la sua monoposto, scese, e corse contro le fiamme. Cercò disperatamente di ribaltare l’auto. Cercò aiuto, urlò. Ma i commissari erano impreparati, spaesati, armati solo di un estintore da pochi secondi. Nessun coraggio, nessuna procedura. Arrivarono a fermare Purley, invece di aiutarlo.

Quelle immagini, crude e strazianti, passarono in diretta TV. Eppure, la corsa continuò. Solo dopo la bandiera a scacchi si seppe che Roger non ce l’aveva fatta.

Quella tragedia fu uno schiaffo in faccia al mondo della Formula 1: in quel mondo così elitario serviva protezione, competenza, regole. Da quella e da tante altre morti (Cevert, Rindt, Villeneuve, Paletti…) nacque lentamente una nuova cultura della sicurezza.

Oggi, ogni barriera deformabile, ogni estintore, ogni intervento medicale in 20 secondi ha anche il nome di Roger Williamson scritto sopra. E quello di David Purley, l’uomo che non si voleva arrendere.


 

1981

Roger Williamson - Auguri a Fernando Alonso

C’è chi invecchia. E c’è chi matura, con quello sguardo da samurai e il destino segnato. Fernando Alonso compie oggi gli anni, e nonostante tutto – il tempo, le delusioni, le vetture sbagliate, le scelte impopolari – non ha mai perso la fame. Anzi...

Due titoli mondiali con la Renault, nel 2005 e 2006. L’uomo che ha interrotto il dominio di Schumacher, con un talento feroce. Ma la sua carriera è stata anche un romanzo irrisolto, pieno di “e se…”.

E se la Ferrari non avesse sbagliato strategia ad Abu Dhabi 2010?

E se nel 2012 avesse avuto anche solo qualche cavallo in più nella sua Rossa?

E se il destino, anziché togliergli, avesse dato una chance equa?

Il biennio 2010-2013 in Ferrari è stato probabilmente il suo più grande rammarico. Alonso ha trascinato la Scuderia, provando ad andare oltre i limiti della macchina fino a sfiorare la vittoria, con grinta e talento. Ma anche con una lingua tagliente, che non ha mai risparmiato critiche né mezze verità. Fernando è sempre stato così: diretto, schietto, feroce. E forse per questo scomodo.

E mentre tanti altri coetanei si ritiravano, lui ha vinto altrove. Ha conquistato due volte la 24 Ore di Le Mans con Toyota, nel 2018 e 2019. Ha trionfato nella 24 Ore di Daytona, ha sfiorato la Triple Crown con la sua avventura a Indy. Ovunque sia andato, ha lasciato un segno. Perché Alonso è sempre stato più grande di una singola categoria.

È rimasto, sempre, nel cuore di chi ama la F1, nei paddock, nei team. Ha lasciato, è tornato. Si è reinventato. E oggi, a 44 anni, corre ancora come se il tempo non lo riguardasse.

Non ha mai accettato di invecchiare. Non ha mai accettato di essere uno dei tanti che dalla pista passa in un ufficio.

Perché Fernando Alonso non è mai stato normale. È stato scintilla, tempesta, genio, ossessione.

E lo sarà ancora.




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