
Il 30 luglio 2000, Rubens Barrichello vinceva per la prima volta in carriera in Formula 1. Ma non era solo una vittoria: era la prima in rosso, con la Ferrari, ed era il coronamento di una storia fatta di attese, rinunce e dignità.
Con Michael Schumacher fuori dai giochi per un incidente al via con Fisichella, le sorti della Ferrari erano affidate a Barrichello che quel giorno a Hockenheim partiva diciottesimo. Una strategia rischiosa, la pioggia nel finale, e una guida ispirata gli permisero di compiere una rimonta leggendaria. Sul podio Rubens pianse e dietro quelle lacrime c’era tutta la fatica di chi per anni aveva rincorso un sogno.
Rubens non è mai stato campione del mondo, ma è stato un campione di lealtà. Prima di Bottas, prima di Perez, lui ha incarnato il ruolo di “scudiero perfetto”, mettendosi spesso al servizio di Michael Schumacher, anche nei momenti più duri, come Zeltweg 2002. Non senza dolore, ma sempre con rispetto.
Eppure Barrichello è stato molto più di questo. Ha vinto 11 Gran Premi, è stato due volte vicecampione del mondo, ha corso più GP di tutti per quasi un decennio. Un pilota veloce e costante, a volte troppo gentile per la spietatezza della Formula 1, ma mai rinunciatario.
Quel 30 luglio non fu solo una vittoria. Fu la rivincita dell’eterno secondo, il momento in cui il destino smise, per una volta, di voltargli le spalle.