1994

GP Germania 1994: tra fuoco e fiamme

Il 31 luglio 1994, la Formula 1 fece tappa a Hockenheim per il Gran Premio di Germania. A vincere fu Gerhard Berger con la Ferrari, interrompendo un digiuno lungo 31 gare e regalando al Cavallino una vittoria attesa e liberatoria. Ma quel giorno non è ricordato solo per il trionfo dell’austriaco.

Poco prima di metà gara, durante un normale pit stop, la Benetton di Jos Verstappen si fermò ai box per rifornire e cambiare gomme. Ma qualcosa andò terribilmente storto: una perdita nel sistema di rifornimento — forse per l’assenza di un filtro, come si ipotizzò — causò la fuoriuscita di benzina nebulizzata sul cofano motore. Bastò il calore degli scarichi e l’intera vettura si trasformò in una palla di fuoco.

Verstappen, che indossava il casco e il sottotuta ignifugo, fu avvolto dalle fiamme assieme a diversi meccanici. La scena fu spaventosa: uomini in fuga, mani che cercavano estintori, urla, caos. Per fortuna, nessuno riportò ferite gravi, ma il trauma fu profondo e le immagini fecero il giro del mondo.

Quell’incidente riaccese il dibattito su quanto fossero pericolosi i rifornimenti in corsa. E anche se la FIA all’epoca non intervenne subito, fu uno degli episodi che spinsero la Formula 1, anni dopo, a dire basta. Dal 2010, infatti, i rifornimenti durante la gara sono stati banditi, eliminando un elemento ad alto rischio che aveva già causato altri incidenti in passato.

Fu un giorno di gloria per la Ferrari. Ma anche un giorno in cui la F1 fu costretta a guardarsi nuovamente allo specchio: c’era ancora troppo fiducia nei limitati margini di sicurezza. Quel fuoco accese i dubbi su un’intera idea di rischio che non poteva più essere considerata “parte del gioco”.


 

1977

GP Germania 1994: tra fuoco e fiamme - GP Germania 197: Lauda un anno dopo

Non fu la gara del ritorno. Quello Niki Lauda lo aveva già compiuto a Monza, appena 42 giorni dopo essere stato estratto dalla Ferrari in fiamme al Nürburgring.

Quella di Hockenheim fu una sfida forse ancora più intima: tornare a vincere in Germania, 364 giorni dopo l’incidente che avrebbe dovuto ucciderlo.

La Formula 1 aveva definitivamente abbandonato la Nordschleife, troppo lunga e pericolosa per garantire soccorsi adeguati, trasferendo il Gran Premio sul velocissimo Hockenheimring. Un luogo che, però, non era affatto estraneo alla tragedia: proprio lì, nel 1968, Jim Clark aveva perso la vita durante una gara di Formula 2.

Lauda partì terzo con la Ferrari 312 T2, alle spalle della Brabham di John Watson e della Wolf di Jody Scheckter, autore della prima e unica pole position nella storia della squadra. Watson si ritirò quasi subito per la rottura del motore Alfa Romeo, mentre Niki iniziò a ridurre con precisione chirurgica il distacco dal leader.

Al tredicesimo giro lo attaccò alla seconda chicane. Nessuna esitazione, nessuna concessione alla memoria: Lauda passò Scheckter e prese il comando.

Da quel momento la corsa divenne una delle sue dimostrazioni più pure. Ritmo, controllo, nessun gesto superfluo. Fece segnare anche il giro più veloce e vinse dopo 47 tornate con oltre quattordici secondi di vantaggio. Dietro di lui Scheckter conservò il secondo posto, mentre Hans-Joachim Stuck conquistò il primo podio della carriera davanti al pubblico di casa, tagliando il traguardo con la Brabham praticamente senza benzina.

Fu la quattordicesima vittoria di Lauda in Formula 1 e la seconda di quella stagione. Il successo portò a dieci punti il suo vantaggio su Scheckter nel Mondiale che, poche settimane più tardi, avrebbe conquistato per la seconda volta.

Lauda corse contro tutto ciò che avrebbe potuto renderlo un uomo diverso e trecentosessantaquattro giorni dopo, la Germania non vide un sopravvissuto. Vide nuovamente il pilota più forte del mondo.




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