
Ogni uomo sconta sulla terra la sua parte d’inferno.
Non è detto che debba esserci per forza del fuoco sullo sfondo, e nessuno ha mai stabilito che colore debba avere il luogo della sofferenza, anche se la maggior parte di noi lo assocerebbe al rosso: quello delle passioni estreme, della combustione perenne, delle lingue di fiamma che nessuno sembra in grado di placare.
Così come nessuno assocerebbe mai all’inferno il colore verde. Nessuno, tranne i piloti degli anni settanta, perché loro hanno conosciuto un inferno lungo e tortuoso, che si nasconde in un bosco con un castello al centro, come nelle fiabe. Lo chiamano così: “l’Inferno verde”.
C’è anche il rosso, nella storia che stiamo per raccontarvi, ed è quello della Ferrari 312 T2, col numero 1 stampigliato sul musetto, quando si materializza all’ingresso della curva Bergwerk. Poi il fuoco arriva sul serio, senza bussare.
Il Nürburgring, il più bello e terribile circuito del mondo, battezzato “Inferno verde” da Jackie Stewart. È il 1° agosto 1976, decima prova del Mondiale. Hunt è in pole, Lauda secondo. La pioggia prima del via costringe tutti alle gomme rain, tranne Jochen Mass.
Al primo giro si scatena il caos ai box. Lauda, risalito all’ottavo posto, affronta la Bergwerk. La sua Ferrari sbanda, va a muro, si disintegra e prende fuoco. Rimbalza in pista avvolta dalle fiamme. Il casco vola via. Lauda resta intrappolato.
Arrivano Guy Edwards, Harald Ertl, Brett Lunger: le loro vetture colpiscono il relitto. I vapori tossici sono più pericolosi delle fiamme. Poi sopraggiunge Arturo Merzario, ex ferrarista. Si ferma, si getta nel fuoco, riesce a sganciare Lauda, ormai svenuto. Lo trascina via. Gli salva la vita.
Con il volto bruciato, Lauda riapre gli occhi e chiede:
— Arturo, com’è ora la mia faccia? —
Il 1° agosto 1965 Jim Clark rese inutile tutto ciò che restava del Mondiale.
Era la settima gara della stagione, ma soltanto la sesta disputata dallo scozzese. Clark aveva infatti rinunciato al Gran Premio di Monaco per inseguire il sogno della 500 Miglia di Indianapolis, che aveva conquistato dominando con la rivoluzionaria Lotus 38. Nei cinque appuntamenti di Formula 1 ai quali aveva partecipato fino a quel momento, aveva sempre vinto. Cinque partenze, cinque successi.
Il Nürburgring, però, non regalava nulla. Oltre 22 chilometri di curve, avvallamenti e cambi di pendenza, in un’epoca in cui un guasto nella parte più lontana del tracciato poteva costare un’intera sessione. Clark disponeva dell’unica Lotus equipaggiata con l’ultima versione a 32 valvole del motore Coventry-Climax e in qualifica fermò il cronometro sull’8’22”7, lasciando Jackie Stewart a oltre tre secondi.
Poco prima della partenza caddero alcune gocce di pioggia. Clark scelse la striscia di cemento davanti ai box per trovare maggiore aderenza, scattò davanti a tutti e non lasciò più il comando. Graham Hill provò inizialmente a seguirlo, mentre Dan Gurney si stabilizzò in terza posizione. Intorno a loro la gara consumava uomini e macchine: soltanto otto dei diciannove partenti riuscirono ad arrivare al traguardo.
Al decimo giro Clark completò l’Inferno Verde in 8’24”1, alla media di quasi 163 km/h: un nuovo primato assoluto del circuito. Pole position, vittoria, giro più veloce e ogni tornata trascorsa al comando. Era il terzo Grand Slam di quella stagione, l’ottavo e ultimo della sua carriera: un primato che ancora oggi nessun pilota ha superato.
Clark concluse davanti a Hill e Gurney, conquistando matematicamente il suo secondo titolo mondiale con tre gare d’anticipo. Nello stesso pomeriggio anche la Lotus di Colin Chapman si assicurò il secondo titolo Costruttori. Sarebbero trascorsi quasi 37 anni prima che un Mondiale venisse assegnato così presto nel calendario.
C’è infine un dettaglio che racconta quella Formula 1 meglio di qualsiasi celebrazione. Durante l’ultimo giro si spezzò il terminale dello scarico destro della Lotus. Clark proseguì e tagliò comunque il traguardo. Nel giorno della perfezione, la sua macchina stava cominciando a disfarsi. Ma lui era già campione.