1976

Nurburgring 1976: l''incidente di Lauda

Ogni uomo sconta sulla terra la sua parte d’inferno.

Non è detto che debba esserci per forza del fuoco sullo sfondo, e nessuno ha mai stabilito che colore debba avere il luogo della sofferenza, anche se la maggior parte di noi lo assocerebbe al rosso: quello delle passioni estreme, della combustione perenne, delle lingue di fiamma che nessuno sembra in grado di placare.

Così come nessuno assocerebbe mai all’inferno il colore verde. Nessuno, tranne i piloti degli anni settanta, perché loro hanno conosciuto un inferno lungo e tortuoso, che si nasconde in un bosco con un castello al centro, come nelle fiabe. Lo chiamano così: “l’Inferno verde”.

C’è anche il rosso, nella storia che stiamo per raccontarvi, ed è quello della Ferrari 312 T2, col numero 1 stampigliato sul musetto, quando si materializza all’ingresso della curva Bergwerk. Poi il fuoco arriva sul serio, senza bussare.

Il Nürburgring, il più bello e terribile circuito del mondo, battezzato “Inferno verde” da Jackie Stewart. È il 1° agosto 1976, decima prova del Mondiale. Hunt è in pole, Lauda secondo. La pioggia prima del via costringe tutti alle gomme rain, tranne Jochen Mass.

Al primo giro si scatena il caos ai box. Lauda, risalito all’ottavo posto, affronta la Bergwerk. La sua Ferrari sbanda, va a muro, si disintegra e prende fuoco. Rimbalza in pista avvolta dalle fiamme. Il casco vola via. Lauda resta intrappolato.

Arrivano Guy Edwards, Harald Ertl, Brett Lunger: le loro vetture colpiscono il relitto. I vapori tossici sono più pericolosi delle fiamme. Poi sopraggiunge Arturo Merzario, ex ferrarista. Si ferma, si getta nel fuoco, riesce a sganciare Lauda, ormai svenuto. Lo trascina via. Gli salva la vita.

Con il volto bruciato, Lauda riapre gli occhi e chiede:

Arturo, com’è ora la mia faccia?




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