
C’è una linea sottile tra la vittoria e il disastro. A volte basta un colpo di sfortuna. Altre, serve un colpo di genio. Ma ci sono giornate – rarissime – in cui a fare la differenza è la determinazione nel non mollare, neanche quando tutto sembra perduto.
Il 2 agosto 2020, Lewis Hamilton vinse il Gran Premio di Gran Bretagna su tre ruote, portando la sua Mercedes al traguardo con la gomma anteriore sinistra distrutta. Una scena da film, diventata realtà negli ultimi incredibili chilometri di Silverstone.
Mancavano poco più di tre chilometri, quando la gomma cedette. Sul team radio, la voce del suo ingegnere Bono si fece improvvisamente tesa: “Front left puncture!” Ma Hamilton non si scompose. Non davvero. Gestì ogni curva come se stesse camminando su un filo sospeso. Ogni secondo perso poteva voler dire sconfitta. Ogni tocco sbagliato sul freno o sull’acceleratore, ritiro.
Ma lui, semplicemente, tenne giù.
Quel finale però fu drammatico anche per altri. La maggior parte dei team aveva forzato la strategia su una sola sosta, complice la lunga safety car iniziale. Ma le gomme, semplicemente, non reggevano.
Valtteri Bottas, in seconda posizione, fu il primo a pagarne il prezzo: foratura al penultimo giro e addio podio, addirittura fuori dai punti. Carlos Sainz, solido in top-5, perse l’anteriore sinistra all’ultimo giro e chiuse tredicesimo. E Verstappen, terzo, si era appena fermato ai box per montare gomme nuove e prendersi il giro veloce. Se fosse rimasto fuori, avrebbe probabilmente vinto: Hamilton tagliò il traguardo con meno di 6 secondi di vantaggio, su tre ruote.
A fine gara, la Pirelli parlò di “fatica strutturale estrema”, con le gomme sottoposte a carichi crescenti e prolungati. Ma forse la verità è che nessuno si aspettava che quel GP potesse trasformarsi, negli ultimi due giri, in una corsa contro il tempo e contro le probabilità.
Non era la prima volta che Silverstone si inchinava a Lewis (era già la settima). Ma quel giorno, anche la pista sembrava ammirare la testardaggine e il sangue freddo del suo campione. Un trionfo storico, iconico, indimenticabile.

A volte ci dimentichiamo quanto sia prezioso il presente. Corriamo, inseguiamo, accumuliamo. Eppure la storia ci insegna che ogni attimo – anche il più esaltante – può essere l’ultimo. Non per forza tragico, ma irripetibile. Per questo dovremmo imparare a gustarci ogni vittoria, ogni traguardo, ogni emozione come se fosse l’ultima volta che ci è concessa.
È il pensiero che accompagna ogni ricordo legato a Jochen Rindt, che il 2 agosto 1970 conquistò la sua ultima vittoria nel Gran Premio di Germania a Hockenheim. Un trionfo netto, deciso, a bordo della sua straordinaria Lotus 72.
Rindt era veloce, istintivo, in anticipo su tutto. Anche sul destino, e sembrava guidare con l’urgenza di chi sa che non c’è tempo da perdere. Quel giorno salì a 45 punti in classifica, consolidando la leadership sulla Ferrari di Jacky Ickx e avvicinandosi sempre più a un titolo mondiale atteso da tutta la vita.
Ma tre gare dopo, a Monza, tutto si fermò. Jochen morì in qualifica, senza sapere che nessuno lo avrebbe più raggiunto. Ickx non superò i 40 punti. Jochen Rindt fu proclamato campione del mondo 1970. L’unico, nella storia della Formula 1, a vincere un titolo postumo.
Il dolore di quel presente spezzato lo portò soprattutto Nina Rindt, sua moglie. Era lì, quel giorno a Monza. Rimase seduta a lungo in silenzio, con gli occhiali scuri sul volto, con in mano il taccuino su cui era solita annotare i tempi sul giro di Jochen, in attesa di segnarne uno che non arriverà mai, ascoltando il respiro del paddock svuotato. Non servivano parole. In quel silenzio c’era tutto: l’amore, la perdita, la consapevolezza che il tempo a volte si ferma quando meno te lo aspetti.