
Il 4 agosto 1985, Michele Alboreto vinse il Gran Premio di Germania sul nuovo Nürburgring. Una vittoria pulita, di classe, ottenuta partendo dalla quarta fila e resistendo alla pressione della McLaren di Alain Prost. Era la quinta vittoria in carriera, e sarebbe stata l’ultima, ed anche l’ultima di un pilota italiano con la Ferrari.
Ma in quel momento sembrava l’inizio di qualcosa di grande.
Michele era in piena corsa per il titolo mondiale con la Ferrari. Aveva talento, stile, velocità. Era italiano, gentile, educato. In lui i tifosi rivedevano la speranza di un’epoca nuova, dopo Villeneuve. E il Cavallino aveva riposto in lui la sua fiducia.
Quel giorno, davanti al pubblico tedesco, Alboreto salì sul gradino più alto del podio con quella sua espressione quieta, quasi stupita. Non era uno da urla e pugni al cielo, ma da parole misurate. Come quella volta in cui disse:
“In Formula 1 puoi avere la macchina più veloce, ma se non hai cuore, non arriverai mai al traguardo.”
Purtroppo, il mondiale gli sfuggì poco dopo, per guasti e problemi tecnici. E negli anni seguenti non gli vennero più date vere opportunità di vincere.
Ma il suo stile, la sua umiltà, e quel modo discreto di vivere la Formula 1 lo hanno reso unico.
Quella del Nürburgring fu l’ultima, sì e fu anche l’ultima vittoria italiana in Ferrari. Da allora, nessun altro italiano ha più vinto una gara con la Ferrari.
E allora, oggi, vale la pena ricordarlo: perché Alboreto era uno di noi. E quando vinse al Nürburgring, ci sembrò che tutto fosse possibile.