Ci sono sfide che brillano sotto i riflettori e incendiano le discussioni dei tifosi, ma le prove che davvero definiscono un pilota si consumano lontano dal clamore. Si giocano nei box, in quello spazio angusto dove due compagni di squadra condividono ogni cosa: la macchina, i dati, i limiti, le responsabilità. È un territorio senza scuse, in cui ogni scelta diventa un confronto immediato e ogni sfumatura rivela la stoffa mentale, il sangue freddo e la capacità di restare lucidi quando la pressione diventa un macigno. È lì, in quell’intimità tecnica e psicologica, che nascono le gerarchie reali, quelle che non hanno bisogno di telecamere per imporsi.
Questa serie è nata per raccontare proprio queste battaglie silenziose: duelli che non fanno rumore, ma che cambiano destini, orientano sviluppi e plasmano l’identità di una squadra.
Abbiamo iniziato nel box Mercedes, attraversando tensioni sotterranee e una leadership da ricostruire. Poi siamo entrati nel cuore della Red Bull, dove la competizione interna è una regola non scritta. Siamo passati dalla sfida generazionale in Haas, tra la disciplina di Esteban Ocon e la fame feroce di Oliver Bearman. Abbiamo respirato l’atmosfera densa del box Ferrari, osservando la convivenza complessa tra Charles Leclerc e Lewis Hamilton. E abbiamo fatto tappa in Alpine, dove l’avvicendamento tra Jack Doohan e Franco Colapinto ha ridisegnato equilibri e priorità senza bisogno di proclami. Infine siamo approdati in Williams, con una coppia solida capace di riaccendere l’entusiasmo dei tifosi.
Oggi, però, il nostro viaggio cambia direzione. Non entriamo in un tempio storico, ma in un box giovane, ambizioso, ancora in piena costruzione identitaria: quello dei Racing Bulls. Qui ci attende un confronto diverso, più crudo, più diretto, più rivelatore. Perché il duello interno tra Liam Lawson e Isack Hadjar non è soltanto una sfida di velocità: è una lotta per il futuro, per lo spazio, per il diritto di diventare il prossimo volto della squadra.
In una Racing Bulls che da anni vive in equilibrio precario tra ambizione e incertezza, il 2025 non ha fatto eccezione. Anzi, ha confermato una tendenza ormai strutturale: il continuo avvicendamento dei piloti come sintomo e, allo stesso tempo, causa di un’identità tecnica ancora in via di definizione. Ogni stagione sembra aprirsi con una nuova coppia, una nuova scommessa, un nuovo tentativo di trovare la combinazione giusta per crescere davvero all’interno dell’universo Red Bull. Ogni pilota che entra sa di essere osservato, valutato, misurato a ogni sessione.
In questo scenario, ogni pilota porta un approccio diverso: c’è chi lavora con metodo, chi corre con la fame di chi deve ancora conquistarsi tutto, chi prova a sopravvivere alla pressione. Ma l’assenza di una coppia stabile rende difficile costruire una memoria tecnica condivisa, un linguaggio comune tra box e ingegneri, un percorso di sviluppo davvero lineare.
Il confronto diretto tra Liam Lawson e Isack Hadjar racconta una dinamica interna molto più netta di quanto la narrativa esterna possa suggerire.
Hadjar ha chiuso davanti in gara in 16 occasioni contro le 8 di Lawson, mentre in qualifica il divario è ancora più marcato: 18 a 6. Numeri che evidenziano una superiorità costante del pilota francese sia sul giro secco sia nella gestione del passo gara, un dato tutt’altro che scontato considerando che si tratta della sua prima stagione completa in Formula 1.
Anche sul piano dei risultati concreti Hadjar ha raccolto più punti (51 contro 38) e ha ottenuto il miglior piazzamento stagionale in gara (3° contro il 5° di Lawson). Il neozelandese, dal canto suo, può vantare il miglior risultato assoluto in qualifica (3°), ma senza la continuità necessaria a trasformarlo in una leadership interna.
Nel complesso, Hadjar è riuscito a interpretare meglio la vettura e a capitalizzare le opportunità, mentre Lawson, pur mostrando sprazzi di talento, ha spesso sofferto nel confronto diretto.
Se c’è un dato che racconta la verità senza bisogno di interpretazioni, è il passo gara. Non il colpo di classe in qualifica, ma la capacità di mantenere il ritmo quando la gara si allunga e le gomme iniziano a parlare. E in questo confronto, il quadro è chiaro: Hadjar ha avuto la meglio.
La media dei migliori 30 giri per ogni GP mostra una costanza impressionante da parte del francese. Le barre rosse — che indicano un Lawson più lento — si ripetono tappa dopo tappa, con poche eccezioni. Non si tratta di episodi isolati, ma di una tendenza strutturale: Hadjar è stato più incisivo, più efficace, più solido negli stint lunghi.
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