Nascere il 12 luglio 1930 a Vichy, in una Francia ancora segnata dalle ferite di una guerra mondiale e con l'altra quasi già in cammino verso la Storia, volle dire sin da subito camminare su un filo equidistante tra la morte prematura e le imprese impossibili.
La sua giovinezza fu caratterizzata da una straordinaria versatilità atletica: rugby, motociclismo, ciclismo. In ogni disciplina mostrava la stessa qualità, essenziale: una determinazione silenziosa, degna di chi non accetta limiti che da altri gli vengano imposti.
Guy LIGIER al volante della Brabham BT10, nel 1964
L'ingresso di Guy Ligier nel mondo dell’automobilismo avvenne relativamente tardi, ma con rapidità sorprendente.
Negli anni Sessanta, Ligier riuscì a conquistare un posto nel panorama delle competizioni internazionali, fino ad approdare in Formula Uno nel 1966. La sua carriera da pilota, pur breve e priva di grandi risultati, fu segnata da un’esperienza decisiva: la morte dell’amico Jo Schlesser nel 1968, durante il Gran Premio di Francia. Un evento che non segnò soltanto la fine della sua attività agonistica, ma l’avvio, all'inizio inconscio, di una metamorfosi più profonda.
L'ex ragazzo di Vichy comprese che il suo ruolo nel motorsport non sarebbe stato quello del pilota, bensì quello di chi avrebbe fatto di tutto per mettere altri piloti, i suoi, nelle migliori condizioni per competere.
Patrick Depailler e Jacques Laffite al fianco di Guy Ligier.
Nel 1968 nasce la "Ligier Automobiles"; sin dalla posa delle sue basi il progetto si rivela ambizioso: realizzare una scuderia che abbia la forza di rappresentare la Francia ai massimi livelli dell’automobilismo mondiale.
Il debutto della Ligier in Formula Uno avviene nel 1976 e sancisce l’ingresso di un nuovo interlocutore in un mondo dominato da costruttori britannici e italiani.
Nel corso degli anni Settanta e Ottanta, la Ligier rappresenta una presenza stabile e competitiva nel campionato mondiale. I suoi piloti rispondono ai nomi di Jacques Laffite, Didier Pironi, René Arnoux, Martin Brundle e altri campioni.
Tornando a un passato remoto venato di nostalgia, la scuderia ottenne nove vittorie in Formula Uno e raggiunse il secondo posto nel Campionato Costruttori nel 1979 e nel 1980.
La Ligier JS5
Il nome Ligier non tradusse mai una potenza dominante, però incarnò una forma di eccellenza discreta, alla quale non difettarono mai competenza tecnica e una continuità.
Parallelamente all’impegno sportivo, Guy Ligier sviluppò un’attività industriale originale. La produzione di microcar, destinate a un pubblico più ampio, rappresentò una visione democratica dell’automobile: non solo strumento di competizione, ma mezzo di autonomia e mobilità quotidiana. Le vetture Ligier, soprattutto le minicar per teenager ancora senza patente, sono diventate un elemento riconoscibile del paesaggio urbano europeo.
Guy Ligier muore il 23 agosto 2015, nella sua città natale. La sua eredità non risiede soltanto nei risultati sportivi o nel successo industriale, ma in una concezione particolare del motorsport: una proporzione equilibrata tra passione e disciplina, tra ambizione e misura.
In un Paese per il quale gareggiavano le Renault, le Ligier riscossero il rispetto di un popolo intero.
Dietro un marchio divenuto storico si cela la storia di un uomo che seppe trasformare la velocità in progetto e il rischio in visione, lasciando un segno duraturo nella cultura automobilistica europea.
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