Abbiamo aspettato troppo, godiamocelo ancora di più. Il dato in sé potrà pure essere effimero, in questa Formula Uno ancora da capire, dove mancano soltanto il Telepass e la sosta all'autogrill per il Camogli, dove -la ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e 7Up...- come cantava Guccini, emiliano ma poco amante dei motori, addirittura senza patente per scelta. Appena in età da patente Kimi oggi ci regala una gioia, lui che aveva due anni quando Giancarlo Fisichella aveva centrato la pole nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio del 2009. Fa impressione sapere che abbia stabilito il nuovo record "di gioventù" in qualifica ma è ancora più importante, infinitamente più importante che si tratti di un pilota italiano: vagito di patriottismo per quelli che i piloti italiani se li ricordano come punteggiatura abituale di protagonismo e a volte di grandezza.
Il ragazzo ha una dote che fa brillare tutti gli altri suoi talenti: soffre per gli errori che commette, come altri ne commetterà; li somatizza al punto tale da mostrare, senza filtri, quanto accusi il colpo. Però non va mai in pezzi, come se a ogni battuta a vuoto ricompattasse la sua bravura con il collante di quell'esperienza in più scaturita dall'errore commesso. La pole cinese è figlia di questa dinamica. È la dote, se permettete, che hanno i campioni. Kimi Antonelli dimostra di avere già imparato la lezione più importante: il talento, ancorché cristallino, da solo non basta.
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