Quello del 13-15 marzo è stato un weekend che l’Italia del motorsport ricorderà a lungo. Un’attesa durata 20 anni - dall’ultima vittoria azzurra firmata nel 2006 a Spa-Francorchamps da Giancarlo Fisichella - finalmente interrotta da Kimi Antonelli, capace in Cina di mettere a segno il primo hat trick della carriera: pole position, vittoria e giro veloce. Il bolognese è ora il più giovane poleman della storia (battuto il precedente record di Sebastian Vettel) e il secondo teenager a vincere in Formula 1, dietro soltanto al Verstappen 18enne che nel 2016 trionfò in quel di Barcellona.
In gara Antonelli ha mostrato una maturità che va oltre l’età; dopo aver perso momentaneamente la leadership al via, scavalcato da Lewis Hamilton, il giovane italiano non ha perso lucidità e ha atteso il momento giusto per riprendersi la testa della corsa già al secondo giro. Da lì in avanti ha imposto il proprio ritmo, costruendo un secondo stint sulle hard praticamente perfetto e rispedendo al mittente a suon di giri veloci i tentativi (invani) di rimonta di George Russell. Una capacità di controllo che suggerisce non solo velocità pura, ma anche una crescente consapevolezza nella lettura della gara.

Nel confronto interno, però, entrano in gioco elementi meno tangibili. Russell, forte di un bagaglio di esperienza nettamente superiore, rappresenta un riferimento naturale all’interno del box. Ed è proprio in questo tipo di dinamiche che possono emergere i cosiddetti mind games, strumenti indiretti attraverso cui un pilota prova a orientare il confronto psicologico.
Non è un caso che, sin dalle primissime dichiarazioni stagionali, Russell abbia evitato di inserire Antonelli (se non a precisa domanda da parte dei media) tra i principali candidati al titolo Mondiale. Una scelta che può essere letta in due modi: da un lato come valutazione realistica di una stagione ancora molto lunga e complessa, dall’altro come possibile strategia per spostare la pressione sul giovane compagno.

Antonelli dal canto suo sembra aver risposto nel modo migliore possibile: con i risultati. “Mi sono tolto un peso”, ha dichiarato all’aeroporto di Bologna al rientro da Shanghai; una frase che descrive bene lo stato mentale di un pilota che ora può affrontare il prosieguo del campionato con maggiore libertà e meno "vincoli" dal punto di vista mentale.
La questione però è chiarissima: chi ha più da perdere in ottica iridata è Russell, chiamato a far valere la propria esperienza e legittimare uno status di top driver costruito nel tempo. Antonelli, invece, parte da una condizione differente: non ha più nulla da dimostrare a sé stesso, potendo scendere in pista con la consapevolezza di essere solo alla sua seconda stagione nella massima serie. Qualora non dovesse succedere a Lando Norris nell’albo d’oro, la sua non sarebbe una sconfitta dal peso specifico pari a quella del #63.
Ed è proprio qui che la componente mentale diventerà tanto importante quanto quella tecnica. La velocità di Antonelli è già evidente, così come la sua capacità di adattamento. Il passo successivo sarà mantenere costanza e freddezza anche quando la pressione aumenterà e il confronto diretto - dentro e fuori pista - si farà più serrato. Se la vittoria in Cina rappresenta un punto di partenza, il vero banco di prova sarà ora la continuità.
Leggi anche: Antonelli racconta tutto: «Voglio il titolo», poi il retroscena sulla Ferrari
Leggi anche: Questa è ancora Formula 1?