Chi è causa del suo mal pianga se stesso
Max Verstappen ha espresso più volte, in maniera sempre più netta, il proprio parere sulla nuova era regolamentare della Formula 1. Eppure, la modalità comunicativa utilizzata rende la sua una battaglia persa in partenza.

22/03/2026 17:30:00 Tempo di lettura: 3 minuti

La nuova era regolamentare della Formula 1 è stata alquanto divisiva nei primi due appuntamenti della stagione 2026.

Diversi sono gli appassionati che apprezzano questo nuovo modo di correre, in cui il pilota deve gestire la batteria in maniera strategica, e tanti altri criticano fermamente tale rivoluzione tecnica. E Max Verstappen ricade senza dubbio nella seconda categoria.

Troppe parole, pochi fatti

"Bisogna fare attenzione quando si dicono certe cose, ma ne [delle nuove regole, ndr] stiamo discutendo [con F1 e FOM, ndr].

"Penso che capiscano la nostra posizione e che io dia voce all'opinione di molti piloti. Qualcuno chiaramente dirà che [la nuova era, ndr] è bellissima, perché stanno vincendo gare e, se hai un vantaggio, perché dovresti lasciarlo andare, giusto? D'altronde non saprai mai quando avrai una buona macchina.

"Parlando con i piloti, [questo nuovo modo di correre, ndr] non ci piace. Penso che neanche ai veri fan della Formula 1 piaccia. Forse a qualcuno piace, ma allora non sanno cosa vuol dire correre. Speriamo di potercene liberare al più presto."

Queste le dichiarazioni di Verstappen al termine del Gran Premio di Cina. Le ennesime dichiarazioni volte a denunciare quello che, a suo avviso, è un regolamento nato male e sviluppato peggio.

Eppure, la domanda sorge spontanea: quello usato dall'olandese è il miglior modo per denunciare tale malcontento? La risposta la avremo soltanto col tempo, però è verosimile immaginare che gli organi amministrativi della Formula 1 non faranno un passo indietro.

E allora, ecco la provocazione: perché non può essere Verstappen in persona a fare un passo indietro?

Una possibilità unica

Premessa: pensare a una Formula 1 senza Max Verstappen, quattro volte campione del mondo a 28 anni, è praticamente impossibile.

Il pilota Red Bull è - per talento, dedizione, passione e molto altro - l'icona della classe regina del motorsport, se non di tutto il mondo del motorsport in generale.

Forse proprio per questo motivo, cioè per l'incredibile autorità e rispetto che gli vengono universalmente riconosciuti, potrebbe lanciare un messaggio fortissimo se dovesse decidere di andarsene.

Tirarsi fuori da un sistema a suo avviso non piacevole e in cui i piloti non sembrano avere voce in capitolo metterebbe tutti gli organi (Formula 1, FOM e FIA) in una posizione alquanto scomoda.

Insomma, immaginate lo scenario: il pilota che più ama correre, che vive per correre, che organizzerebbe corse con i carrelli al supermercato pur di competere, lascia la categoria dove è diventato leggenda solamente per una questione di principio. Sarebbe una mossa rivoluzionaria che renderebbe Verstappen ancor più meritevole di applausi.

Ad oggi, si tratta di una situazione del tutto astratta. Difficilmente il pilota Red Bull uscirà dal Circus, nonostante avrebbe tutte le ragioni e le possibilità di farlo.

Parliamoci chiaro: lasciare un contratto da diverse decine di milioni all'anno non gli comporterebbe problemi economici, potrebbe dedicarsi interamente a fare il padre e continuare a correre - con passione e un sorriso a 32 denti stampato sul volto - in un'altra categoria.

Nessuno sta chiedendo a Verstappen di andarsene, perché un suo addio (anche provvisorio, in vista di un eventuale ritorno in futuro) sarebbe semplicemente una tragedia per la Formula 1, sotto qualunque punto di vista. Però, se vuole davvero vincere la sua battaglia, questo potrebbe essere il modo più efficace per farlo.

Da una parte c'è la possibilità di restare a protestare in un mondo che non metterà in atto i cambiamenti da lui richiesti. Dall'altra l'occasione, più unica che rara, di andarsene a testa alta per coerenza ed onestà intellettuale.

A te la scelta, Max. Perché le regole non cambieranno per te, ma tu puoi cambiare strada come segno di ribellione alle regole. Perché, in fondo, chi non si ribella è complice. E chi è causa del suo mal pianga se stesso.


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