Ci sono stagioni in cui una squadra non cade: si sfalda. Non per un singolo errore, ma per una serie di crepe che si aprono tutte insieme, nel momento meno opportuno. Attorno alla Red Bull del 2026, quelle crepe non sono più segnali: sono diventate la storia stessa.

Ralf Schumacher ha osservato la situazione con la freddezza di chi conosce bene cosa succede quando un team perde la propria identità. La Red Bull è sesta nel mondiale costruttori, lontana anni luce dalla squadra dominante che ha costruito l’era Verstappen. E il malcontento del tre volte campione, arrivato fino alla minaccia di lasciare la F1 per norme definite “Mario Kart”, è solo la superficie.
Schumacher, nel podcast Backstage Boxengasse, ha puntato il dito su un’assenza che pesa più di qualsiasi aggiornamento tecnico: quella di Helmut Marko. L’addio dell’ottantaduenne, dopo vent’anni come figura centrale del progetto, ha lasciato un vuoto che nessuno sembra in grado di colmare. Per Verstappen, Marko non era solo un consigliere: era una delle colonne portanti della sua carriera, insieme a Jos e a Gianpiero “GP” Lambiase, il cui passaggio alla McLaren entro il 2028 ha aggiunto un’ulteriore scossa a un sistema già instabile.
Schumacher non ha usato giri di parole:
“La squadra è un po’ caotica al momento; va in tutte le direzioni. Non c’è una comunicazione chiara con l’esterno. Manca anche Helmut Marko come figura in grado di fornire una sorta di guida.”
E poi la frase che sintetizza tutto:
“Bisogna essere onesti: la Red Bull non è particolarmente allettante nella situazione attuale.”
Per lui, il progetto è tornato a essere un investimento a lungo termine, non una garanzia immediata. Lo sviluppo del motore procede, certo, ma non basta a compensare la perdita di leadership interna.
Le parole di Schumacher hanno fatto rumore, ma la risposta di Jos Verstappen ne ha fatto ancora di più.
Nessuna diplomazia, nessuna analisi alternativa. Solo una frase secca, brutale, che ha attraversato il paddock come una frustata:
“Ralf dice un sacco di stronzate.”
Una reazione che racconta molto più di quanto sembri. Racconta la tensione crescente attorno a Max.
Racconta la frustrazione di una famiglia che vede sgretolarsi un progetto costruito in dieci anni.
Racconta una Red Bull che non è più un porto sicuro, ma un territorio fragile, esposto, instabile.
E mentre Schumacher spera che una modifica regolamentare possa rendere Silverstone una gara “epica”, con sei o sette piloti in grado di vincere, la verità è che la Red Bull non è più parte di quel gruppo.
Non oggi.
Non così.
La crisi della Red Bull non è tecnica: è identitaria. Marko non c’è più, Lambiase se ne andrà, Verstappen guarda altrove e il team sembra incapace di parlare con una sola voce.
In mezzo a tutto questo, la risposta di Jos è la sintesi perfetta del momento: impulsiva, tagliente, disperatamente sincera.
E forse è proprio da lì che bisogna ripartire: dall’onestà brutale di chi sa che il tempo delle certezze è finito.
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