«Non è una sorpresa»: Binotto ammette che il propulsore Audi è il vero problema
17/04/2026 08:55:00 Tempo di lettura: 4 minuti

Ci sono progetti che nascono con un’aura di inevitabilità, come se il loro successo fosse scritto nel DNA del marchio che li porta in pista. E poi ci sono stagioni in cui quella stessa aura si incrina, lasciando emergere una verità più scomoda: anche i giganti possono scoprire di aver sottovalutato la montagna che stanno scalando. L’Audi del 2026 vive esattamente questo momento sospeso, in cui le ambizioni restano intatte ma la realtà tecnica presenta un conto più salato del previsto.

Non è un fallimento, non ancora. È piuttosto una presa di coscienza collettiva, un rallentamento che costringe a guardare dentro il progetto, a riconoscere che certe distanze non si colmano con il pedigree, ma con il tempo. E quando un team principal come Mattia Binotto sceglie di dirlo apertamente, senza filtri, significa che la storia che si sta scrivendo è più complessa, più fragile, più umana di quanto ci si aspettasse.

 

Un progetto ambizioso che scopre la sua fragilità

«Non è una sorpresa»: Binotto ammette che il propulsore Audi è il vero problema

Mattia Binotto non ha cercato scuse. Ha scelto la via più rara nel paddock: l’onestà. L’Audi è in ritardo, e non è una sorpresa. Le nuove regole sui motori hanno ridisegnato la Formula 1 del 2026, premiando chi ha saputo interpretarle con lucidità — e la Mercedes, ancora una volta, ha mostrato di essere la più rapida a capire la direzione del vento.

Binotto lo ha spiegato senza girarci intorno:
La maggior parte del nostro distacco è nel propulsore, il che non è una sorpresa.
Non è delusione, dice, ma consapevolezza. Costruire un motore da zero è un’impresa titanica, e l’Audi ha scoperto presto quanto sia facile sottovalutare la complessità di un regolamento che premia efficienza, integrazione e visione a lungo termine.

Il team principal ha ricordato che l’obiettivo è fissato al 2030, non per caso: è il tempo necessario per trasformare un progetto acerbo in un sistema competitivo.
Sapevamo che sarebbe stata la sfida più grande. È lì che c’è più margine di miglioramento.

 

Non solo potenza: la vera battaglia è nella guidabilità

Il problema dell’Audi R26 non è solo la mancanza di cavalli. È qualcosa di più profondo, più strutturale. Binotto lo ha detto con chiarezza: la vettura soffre nella gestione dell’energia, nella distribuzione della potenza, nella fluidità del cambio.
I cambi di marcia sono molto bruschi. La vettura è instabile in frenata e in accelerazione.

È un dettaglio che pesa come un macigno. Perché la guidabilità, oggi, vale quanto la potenza pura. Un motore che non dialoga con il telaio, che non accompagna il pilota nelle transizioni, può costare fino a un secondo al giro. E in una Formula 1 in cui i margini si misurano in millesimi, è un abisso.

Binotto, però, difende il lavoro sul telaio:
Dal punto di vista del telaio abbiamo fatto un buon lavoro. La maggior parte del delta deriva dal propulsore.
È un modo per dire che la base c’è, ma manca il cuore. E quel cuore, oggi, batte troppo piano.

 

L’Audi non è sorpresa dal proprio ritardo. È sorpresa dalla sua profondità.
Binotto non nasconde nulla: il progetto è lungo, complesso, pieno di ostacoli. Ma è anche un percorso che la squadra ha scelto consapevolmente, sapendo che la vera sfida non era arrivare subito, ma costruire qualcosa che potesse durare.

La R26 è un inizio imperfetto.
Il 2030 è la destinazione.
E tutto ciò che accade ora è solo il prezzo da pagare per arrivarci davvero.

 

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Foto interna x.com

Foto copertina x.com


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