Montreal 1995, il giorno di Alesi
23/05/2026 08:30:00 Tempo di lettura: 4 minuti

Montréal, 11 giugno 1995.

L’aria sopra il "Circuit Gilles Villeneuve" vibra di caldo, benzina e attesa. Le tribune sono un mare rosso Ferrari, ma è una Ferrari diversa da quella dominante di altri tempi: è fragile, passionale, imprevedibile. E dentro quella Ferrari numero 27 c’è Jean Alesi. Il numero 27, già: a Montréal, quel numero pesa come una leggenda.

Le Williams sono favorite per la gara, mentre la Benetton di Michael Schumacher sembra imprendibile in assoluto. Alesi parte quinto: abbastanza avanti per sperare i  un piazzamento, troppo indietro per credere davvero alla vittoria.

Ma Jean guida come vive: di istinto, di rabbia, tutto cuore.

Ogni giro sembra una lotta corpo a corpo con la monoposto. La Ferrari 412T2 urla con il suo V12 — uno degli ultimi grandi dodici cilindri della Formula 1 — un suono pieno, feroce, quasi musicale.

Davanti, il destino comincia a compiersi.

Le Williams vacillano. Problemi tecnici. Ritiri.

Schumacher anche, all'improvviso, rallenta.

Impossibile. O no?

Il leader è Alesi, quasi senza accorgersene, che ha tenuto il passo dei migliori e ora coglie il frutto, o il fiore, degli eventi.

Per un attimo Montréal smette di respirare.

Ancora nessuno si fida davvero.

Non lui, Alesi stesso; non il muretto Ferrari; non certo i tifosi che ne hanno viste tante e troppe volte si sono illusi.

Perché Jean, fino a quel giorno, è stato il campione delle occasioni perdute. Sempre veloce. Sempre spettacolare. Sempre tradito da qualcosa: il motore, la strategia, la sfortuna o per spietata sintesi la Ferrari stessa.

Dietro incombe Rubens Barrichello,  sulla Jordan che stampa un giro dopo l'altro. Via via più nitido, negli specchietti, il brasiliano.

Gli ultimi giri diventano eterni.

La Rossa comincia a soffrire. Il cambio protesta. Il carburante è al limite. Ogni frenata sembra poter distruggere tutto. Ogni rettilineo sembra troppo lungo per una monoposto che tossisce per il ritmo divenuto incostante, che sputa delle sopraggiunte fragilità. 

Jean stringe il volante come se potesse tenere insieme le componenti della macchina con la sola forza delle mani.

Ultimo giro. Le tribune sono in piedi.

Il V12 rosso si trascina sul traguardo. Ha vinto. Jean Alesi ha vinto.

Succede allora qualcosa che sembra scritto da uno sceneggiatore: la Ferrari si ferma dopo il traguardo, esausta quanto il suo pilota, che scende quasi incredulo.

Montreal 1995, il giorno di Alesi

A quel punto arriva Schumacher. Il rivale. Il dominatore dell'era presente. Lo prende a bordo della Benetton per riportarlo ai box davanti a un pubblico impazzito.

Un campione che accompagna un altro campione nel giorno della sua redenzione. Alesi non sa se sorridere, ridere, quasi piangere. Montréal esplode. I tifosi invadono le reti. La Ferrari ritrova per un giorno la sua anima romantica.

C'è qualcosa di perfetto in tutto questo: la prima vittoria, il compleanno del vincitore, il numero 27, Montréal, il circuito di Gilles Villeneuve.

Come se quella gara non dovesse semplicemente essere vinta: perché era destinata a essere ricordata.

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