L’Aston Martin vive il peggior inizio di stagione della sua nuova era con Honda, schiacciata da una vettura lenta, un motore fragile e dichiarazioni durissime dei suoi stessi piloti. Eppure, dentro Silverstone, la fiducia in Adrian Newey rimane intatta. È un paradosso che racconta più della crisi stessa di un team che si aspettava di trovarsi in un’altra posizione.

Non c’è concorrenza per il titolo di delusione dell’anno. Dopo sette gare, l’Aston Martin è penultima nel mondiale costruttori, davanti solo alla Cadillac, con un punto raccolto quasi per caso.
Il contrasto con le aspettative è brutale: nuove strutture, assunzioni di alto profilo, un progetto tecnico rinnovato e soprattutto l’arrivo di Adrian Newey, l’uomo che avrebbe dovuto inaugurare una nuova era.
Invece l’AMR26 è una delle vetture più lente della griglia. È in quest’ottica che si inserisce il pensiero di Fernando Alonso, che dopo l’ultimo posto in qualifica a Barcellona non ha usato filtri: la squadra ha «la peggiore vettura e il peggiore motore» della Formula 1.
Parole che pesano, soprattutto perché arrivano da chi conosce ogni sfumatura di un progetto tecnico e di vetture ne ha guidate tante nel corso della sua carriera.
La Honda, dal canto suo, non ha ancora fornito un’unità motrice competitiva. Ma è impossibile capire quanto del disastro sia colpa del motore e quanto del telaio, ma soprattutto quanto del lavoro di Newey sia già visibile o ancora nascosto dietro le quinte.
Nonostante tutto, dentro la squadra non c’è alcun dubbio. È per questo che Pedro de la Rosa, ambasciatore del team e uomo che ha guidato vetture progettate da Newey, lo dice con una sicurezza quasi disarmante: «Non vedo alcuna differenza in Adrian. Sta lavorando a pieno ritmo e la sua etica del lavoro è eccezionale».
Per de la Rosa, il segreto di Newey è immutato: la capacità di ascoltare il pilota più dei dati. Racconta infatti un episodio del 2005, quando Newey gli chiese perché non riuscisse a entrare più forte in curva 1. De la Rosa spiegò il sottosterzo, Newey gli chiese di mostrare l’angolo di sterzo, annotò tutto e sparì. Alla gara successiva, l’ala anteriore era cambiata e la macchina finalmente girava.
«Questo è Adrian: ascolta, capisce, mantiene le promesse.»
È questo capitale umano, prima ancora che tecnico, che l’Aston Martin non vuole perdere.
Newey è un leader, un riferimento, un magnete per i giovani ingegneri e la squadra continua a credere che il suo impatto arriverà, anche se oggi non si vede.
Mentre molte scuderie seguono la tendenza del 2026 portando aggiornamenti continui, l’Aston Martin ha scelto un’altra strada: concentrare tutto su un grande pacchetto di aggiornamenti previsto per Spa. Un rischio enorme che potrebbe essere la mossa che salva la stagione oppure il segnale di una resa definitiva.
La Honda, intanto, lavora per recuperare potenza e guidabilità. Alonso, nonostante le parole dure, lascia uno spiraglio: «Stiamo lavorando su tutto e speriamo che nella seconda metà della stagione potremo dare al pubblico qualcosa per cui esultare».
È una promessa che suona più come un desiderio che come una certezza, ma è anche l’unica direzione possibile.
Eppure c’è una domanda che resta sospesa e inevitabile:
questa fiducia è il primo passo verso la rinascita o l’illusione che nasconde una crisi più profonda?
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